FILM

Su Netflix, Tessa Thompson nel film di Rebecca Hall su una storia che Hollywood non ha mai raccontato

Analisi del film in bianco e nero con Tessa Thompson e Ruth Negga sulla segregazione razziale nell'America degli anni '20.

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C'è un capitolo della storia americana che per decenni è rimasto confinato tra le righe dei romanzi e sussurrato nelle conversazioni private. Si chiama Passing, e rappresenta quella pratica dolorosa e complessa attraverso cui persone di pelle chiara con origini afroamericane decidevano di farsi passare per bianchi nella società segregata del Novecento. Rebecca Hall, attrice nota per ruoli in Iron Man 3 e Professor Marston and the Wonder Women, ha scelto proprio questa ferita mai del tutto rimarginata per il suo debutto alla regia, adattando il romanzo omonimo di Nella Larsen pubblicato nel 1929. Il risultato è un film che arriva su Netflix dopo un'uscita limitata nelle sale, girato in un elegante bianco e nero con il classico formato 4:3, quello che ti fa sentire come se stessi sbirciando attraverso una finestra sul passato. Ma non fatevi ingannare dalla patina vintage: Passing - Due donne parla al presente con una voce che non ha perso un grammo della sua urgenza in quasi un secolo.

La storia ruota attorno a due donne, due amiche d'infanzia che si ritrovano per caso in una New York degli anni Venti dove le linee del colore decidevano letteralmente dove potevi vivere, chi potevi amare, persino dove potevi sederti a bere un tè. Irene Redfield, interpretata da Tessa Thompson con una compostezza che nasconde vulcani interiori, vive ad Harlem con il marito Brian e i loro due figli. Passa per bianca solo occasionalmente, quando le fa comodo. Clare Bellew, invece, ha fatto del passing la sua intera esistenza. Ruth Negga la porta sullo schermo come una figura quasi eterea, leggera e tragica allo stesso tempo, una donna che si è costruita una vita da bianca così convincente che persino suo marito John, un razzista conclamato interpretato da Alexander Skarsgård, ignora completamente la verità. Quando le due si rincontrano durante uno di questi momenti di "attraversamento", qualcosa si incrina. Clare, che vive nella sua prigione dorata, viene attratta dalla vita che Irene conduce ad Harlem come una falena verso la fiamma.

E Irene, per quanto cerchi di troncare quella rinnovata amicizia, si ritrova invischiata in una relazione che diventa sempre più ambigua, carica di sottotesti che vanno ben oltre la nostalgia. Hall non ha paura di esplorare i livelli multipli di significato presenti nel romanzo originale di Larsen. C'è la questione razziale, ovviamente, con tutte le sue sfaccettature. Ma c'è anche una tensione erotica latente tra Irene e Clare, resa attraverso sguardi che si attardano troppo a lungo, complimenti sulla "delicata bellezza" dell'altra, gesti che sfiorano l'intimità senza mai nominarla apertamente. È un aspetto che nel 1929 doveva necessariamente rimanere tra le righe, ma che Hall recupera con intelligenza e sensibilità, senza mai renderlo esplicito, lasciando che sia lo spettatore a leggere quello che desidera leggere. Dal punto di vista tecnico, Passing è un piccolo gioiello.

La scelta del bianco e nero non è una semplice trovata stilistica: in un film che parla di come la società divideva le persone in bianco e nero, usare proprio quella palette visiva aggiunge strati di significato. Il lavoro della costumista Marci Rodgers e della scenografa Nora Mendis ricostruisce gli anni Venti con cura maniacale, al punto che ti dimentichi di stare guardando un film girato nel 2021. Eppure, per tutta la sua raffinatezza formale e la potenza delle interpretazioni, Passing non è un film facile. Hall sceglie un ritmo contemplativo, introspettivo. Irene è una protagonista che tiene i suoi pensieri per sé, e Clare rimane in parte un enigma per tutto il film. È una scelta narrativa deliberata, certo, che riflette sia la natura repressa dei personaggi sia l'ambiguità del romanzo originale. Ma con una durata di poco più di novanta minuti e così tanti temi da esplorare, femminilità, sessualità, identità razziale, a volte viene il sospetto che la regista avrebbe potuto osare un po' di più, aprire qualche porta in più nella psicologia dei personaggi.

Il finale, fedele al romanzo, arriva come un pugno nello stomaco proprio perché lascia deliberatamente irrisolte molte domande. Non è il tipo di conclusione che ti prende per mano e ti spiega cosa è successo. Ti costringe invece a fare i conti con l'ambiguità, con il non detto, con tutte quelle zone grigie che esistono in mezzo al bianco e nero dell'immagine. Non è un film per chi cerca azione o risoluzioni facili. È invece un'opera che chiede tempo, attenzione, disponibilità a stare nell'ambiguità. Un film che probabilmente beneficia di una seconda visione, quando già conosci la destinazione e puoi concentrarti sul viaggio. E in un'epoca in cui le questioni di identità, appartenenza e confini tra gruppi sociali sono più attuali che mai, Passing offre una riflessione sofisticata su quanto costose possano essere le scelte che facciamo su chi mostrare al mondo e chi tenere nascosto.

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