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Dal flop al riscatto su Netflix: il thriller politico con Denzel Washington che vale la pena riscoprire

The Manchurian Candidate con Denzel Washington su Netflix. Il thriller politico del 2004 di Jonathan Demme merita una seconda possibilità dopo 22 anni.

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A ventidue anni dalla sua uscita nelle sale, The Manchurian Candidate del 2004 trova una nuova casa digitale su Netflix. Un ritorno che offre al pubblico italiano l'opportunità di riscoprire un capitolo particolare della filmografia di Denzel Washington, incastonato tra titoli più celebrati ma comunque degno di attenzione per chi cerca un thriller politico che mescola paranoia, complotti e un cast stellare. Il film diretto da Jonathan Demme rappresenta il remake del classico del 1962 firmato da John Frankenheimer, con Frank Sinatra protagonista.

La versione moderna sposta l'ambientazione dalla Guerra di Corea alla prima Guerra del Golfo, mantenendo però intatto il cuore narrativo: soldati rapiti e sottoposti a lavaggio del cervello da parte di una oscura corporazione, trasformati in pedine inconsapevoli di un gioco politico molto più grande di loro. Washington interpreta Ben Marco, un veterano di guerra tormentato da incubi ricorrenti che inizia a sospettare che i suoi ricordi del conflitto siano stati manipolati. Al suo fianco, un cast che include Liev Schreiber nei panni di Raymond Shaw, il candidato politico al centro della cospirazione, Meryl Streep come madre manipolatrice e senatrice Eleanor Prentiss Shaw, oltre a Jeffrey Wright, Anthony Mackie e Pablo Schreiber.

Un cast di talento che eleva la materia narrativa, anche quando la sceneggiatura di Daniel Pyne non raggiunge i picchi dell'originale. La critica accolse il film con un certo favore: su Rotten Tomatoes vanta un solido 79 per cento di approvazione da parte dei critici, segno che Demme era riuscito a costruire un thriller efficace e attuale per il clima post-11 settembre. Il pubblico però si mostrò più tiepido, con un Popcornmeter del 63 per cento che riflette una ricezione meno entusiasta. Questa differenza si tradusse anche al botteghino: con un budget stimato di 80 milioni di dollari, The Manchurian Candidate incassò appena 96,1 milioni in tutto il mondo, risultando un deludente insuccesso commerciale per Hollywood.

Come si spiega questo divario tra qualità tecnica e risposta del pubblico? Uscito nel luglio 2004, The Manchurian Candidate si trovò schiacciato tra due titoli di Washington molto più riusciti e memorabili. Appena qualche mese prima, l'attore aveva dominato lo schermo in Man on Fire di Tony Scott, un revenge thriller che divenne un cult immediato. Due anni dopo sarebbe arrivato Inside Man di Spike Lee, un heist movie sofisticato che consolidò ulteriormente la sua reputazione. Il remake di Demme finì così intrappolato in una terra di mezzo, né abbastanza esplosivo né sufficientemente distintivo per emergere.

Eppure, visto con gli occhi di oggi, The Manchurian Candidate offre spunti interessanti. Il tema del controllo mentale e della manipolazione politica risuona con forza in un'epoca dominata dalle fake news, dalla disinformazione e dalle teorie del complotto che circolano liberamente sui social media. La paranoia che permea il film non sembra più così lontana dalla realtà quotidiana che viviamo. Washington, che ha costruito una carriera straordinaria iniziata negli anni Settanta, porta in scena la sua consueta presenza magnetica. Il suo Ben Marco è un uomo consumato dal dubbio, intrappolato tra ciò che ricorda e ciò che potrebbe essere stato impiantato nella sua mente.

È una performance più contenuta rispetto ad altri suoi ruoli iconici, ma non per questo meno efficace nel trasmettere la crescente disperazione del personaggio. Per chi non ha mai visto l'originale del 1962, considerato un capolavoro con un 96 per cento su Rotten Tomatoes e un 90 per cento di gradimento del pubblico, il remake può funzionare come porta d'ingresso a una storia che ha segnato il cinema dei thriller politici (se sei fan del genere, su Prime Video c'è questo thriller politico con Jamie Lee Curtis). Per chi invece conosce il film di Frankenheimer, la versione di Demme offre un interessante esercizio di aggiornamento tematico e stilistico, anche se inevitabilmente perde qualcosa nel confronto diretto.

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