FILM

"Fatemi diventare famoso": questo nuovo documentario su Netflix racconta il vero Matthew Perry

Il documentario Netflix su Matthew Perry rivela l'uomo dietro Chandler di Friends: dalla fama alla lotta con le dipendenze fino alla tragica morte a 54 anni.

Condividi

"Dio, puoi farmi quello che vuoi, ti prego solo rendimi famoso". Una preghiera disperata, pronunciata da un giovane attore sconosciuto nelle audizioni di Los Angeles, tra feste, amicizie e la frustrante ricerca di un ruolo che non arrivava mai. Matthew Perry l'ha ottenuta, quella fama. L'ha ottenuta in modo così spettacolare da diventare parte di uno dei fenomeni televisivi più dirompenti della storia. Eppure quella stessa fama, quel desiderio esaudito, si è intrecciato con una spirale di dipendenze che lo ha portato via nel 2023, a soli 54 anni, dopo una ricaduta fatale nella tossicodipendenza. The One About Matthew Perry, il documentario in tre parti ora disponibile su Netflix, non è il solito tributo postumo pieno di retorica e nostalgia vuota. È un ritratto di tre ore che scava nella vita dell'attore con un'intimità rara, restituendo non solo l'icona globale che ha interpretato Chandler Bing in Friends, ma l'uomo dietro quel personaggio: brillante, tormentato, amato e consumato dalle sue fragilità.

Mia Perry, nata quando Matthew aveva sedici anni dal secondo matrimonio del padre John Bennett Perry, racconta "Matty" con una tenerezza che attraversa lo schermo. Le foto e i video di famiglia mostrano un legame profondo, quasi simbiotico, tra i due fratelli. Lei parla dei momenti belli e di quelli terribili con la franchezza di chi ha amato profondamente e sofferto altrettanto. Non nasconde nulla, ma non tradisce mai quella dimensione di affetto incondizionato che caratterizza i legami familiari autentici. Lo stesso vale per gli amici di sempre, quelli dei primi anni a Los Angeles, quando Perry era solo un ragazzo divertente che cercava di sfondare. L'infanzia di Perry non è stata traumatica nel senso classico del termine, ma certamente frammentata. I genitori divorziarono quando era ancora in fasce, e lui crebbe con la madre in Canada, volando però regolarmente in California per vedere il padre attore.

Nelle sue memorie raccontava il terrore provato a cinque anni durante quei viaggi da solo, con la fascetta "Minore non accompagnato" intorno al collo. Un dettaglio piccolo, ma simbolico di una certa solitudine precoce, di un bambino che impara presto a cavarsela, a diventare autonomo, a usare l'umorismo come scudo e come ponte. Ed è proprio quell'umorismo, quella capacità innata di far ridere, che diventa la sua arma vincente. Il ragazzo della classe che fa battute, il compagno che anima le serate, il tipo divertente che tutti vogliono avere intorno. A un certo punto quella dote naturale incontra il destino in modo quasi cinematografico: il regista William Richert lo nota mentre intrattiene un gruppo di amici in un ristorante e gli offre una parte in A Night in the Life of Jimmy Reardon, accanto a River Phoenix.

Poi arriva il 1993 e con esso una sceneggiatura che comincia a circolare tra gli attori emergenti di Los Angeles. Si intitola Friends Like Us. Perry la conosce quasi a memoria prima ancora di fare l'audizione, perché decine di colleghi gli hanno chiesto aiuto per prepararsi: c'è questo personaggio, Chandler, che è praticamente identico a te, potresti darmi una mano? Quando finalmente arriva la sua chiamata, il provino è quasi una formalità. Quel personaggio era lui, o forse lui era diventato quel personaggio molto prima che qualcuno lo scrivesse. Il documentario dedica il giusto spazio al fenomeno Friends, riconoscendone la portata culturale globale senza però lasciare che sommerga la storia personale di Perry. È un equilibrio difficile, perché quella serie ha definito un'epoca e marcato la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Ma il film riesce a mantenere il focus sull'uomo, anche quando l'icona minaccia di prendere il sopravvento.

E poi arrivano le dipendenze. Prima l'alcol, poi le pillole, infine la ketamina, inizialmente prescritta come trattamento per la depressione e poi diventata la sostanza che lo ucciderà. Il documentario non risparmia questi capitoli, ma li racconta con rispetto e senza voyeurismo. Sono i volti degli amici e della sorella, mentre ricordano i tentativi di disintossicazione, le ricadute, la frustrazione reciproca, a rendere tangibile la tragedia. Ogni volta sembrava che ce l'avesse fatta, ogni volta la sobrietà durava meno di un anno. Quello che emerge con forza, tra le pieghe delle testimonianze e dei materiali d'archivio, è una tragedia moderna e universale. Matthew Perry è morto perché non è riuscito a sconfiggere le sue dipendenze, ma la sua storia è quella di migliaia di persone che lottano ogni giorno contro gli stessi demoni, senza avere la ribalta internazionale.

The One About Matthew Perry è un documentario che rispetta il pubblico quanto rispetta il suo soggetto, evitando il sensazionalismo e la commozione a buon mercato. È lungo, certo, tre ore sono tante, ma il ritmo è sostenuto dalla qualità delle interviste e dalla ricchezza del materiale. Resta il volto di una sorella che piange il fratello, di amici che hanno fatto tutto il possibile senza riuscire a salvarlo, di donne che lo hanno amato e che ricordano con dolcezza un uomo capace di grande generosità e grande autodistruzione. Resta quella preghiera pronunciata da un ragazzo sconosciuto in una Los Angeles piena di sogni: "Fatemi diventare famoso". E resta la consapevolezza che a volte i desideri esauditi sono i più pericolosi.

Continua a leggere su BadTaste