Questa nuova docuserie su Netflix ricostruisce il più grande tradimento che ha scosso il Messico
La docuserie Netflix racconta la cattura di El Mayo Zambada dopo 47 anni di latitanza, tradito dal figlioccio in un incredibile colpo di scena del narcotraffico.
Ci sono uomini che costruiscono imperi restando invisibili. Ismael "El Mayo" Zambada è stato uno di questi: per quasi mezzo secolo, ha governato uno dei cartelli della droga più potenti al mondo senza mai farsi vedere, senza concedere foto, senza quella spettacolarizzazione che ha reso celebri altri boss del narcotraffico messicano. Mentre Joaquín "El Chapo" Guzmán diventava un'icona pop della criminalità organizzata, Zambada rimaneva un fantasma, una leggenda sussurrata nei vicoli di Sinaloa. Netflix porta ora sullo schermo questa storia incredibile con La caduta di El Mayo, una docuserie in tre episodi che ricostruisce l'ascesa, il regno e soprattutto il tradimento che ha posto fine alla latitanza più lunga della storia moderna del crimine organizzato.
La docuserie ricostruisce questa vicenda con la struttura narrativa di una tragedia classica. Il primo episodio è dedicato all'ascesa di Zambada, descritto da ex agenti federali, esperti di narcotraffico e giornalisti investigativi come la vera mente strategica del cartello di Sinaloa. Mentre El Chapo accumulava arresti, fughe spettacolari e titoli di giornale, Zambada tesseva reti di corruzione che arrivavano ai più alti livelli istituzionali. Era un "governatore nell'ombra" della regione, capace di muovere tonnellate di droga senza mai apparire, di orchestrare omicidi senza lasciare tracce, di comprare protezione senza mai essere fotografato in pubblico. Nel gennaio 2010, in una rara eccezione alla sua politica di invisibilità, Zambada aveva concesso un'intervista al giornalista Julio Scherer per la rivista messicana Proceso. In quell'occasione, parlando della propria latitanza e della protezione di cui godeva, aveva pronunciato una frase che oggi suona come un presagio amaro: "Fino a oggi non è apparso nessun traditore". Quattordici anni dopo, quella frase è diventata l'epitaffio della sua libertà.
La serie si inserisce in un filone ormai consolidato di produzioni Netflix dedicate al narcotraffico latinoamericano, da Narcos a El Chapo, ma con un approccio più vicino al giornalismo investigativo che alla fiction. Non ci sono ricostruzioni drammatizzate, ma un montaggio serrato di interviste, filmati d'archivio, mappe che mostrano le rotte della droga e documenti ufficiali. È un lavoro che parla tanto del potere quanto della sua fragilità, di come cinquant'anni di regno possano crollare in una sola mattina d'estate su una pista d'atterraggio texana.