Ghali salta il red carpet e va a vedere Naza, film fatto in segreto in 3 anni: "Professori, mostratelo nelle scuole"
25 minuti di applausi a Venezia per Naza, documentario sull'uso dell'AI nella guerra a Gaza. Ghali: "Dovrebbero vederlo tutti".
Quando le luci si sono riaccese nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, nessuno si è mosso. Gli spettatori sono rimasti in piedi, applaudendo per venticinque minuti interi. Un tempo che sembra infinito, se ci pensate. Venticinque minuti durante i quali sono state sventolate bandiere palestinesi e libanesi, mentre i due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor cercavano di contenere l'emozione. Non era mai successo nella storia della Mostra di Venezia: l'ovazione più lunga mai registrata al Festival, superando persino i 22 minuti tributati nel 2025 a La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania.
Il titolo stesso è un acronimo utilizzato nel film per indicare la stima delle vittime civili considerate come possibile "danno collaterale" nelle operazioni aeree. Un termine tecnico, freddo, che nasconde dietro di sé una realtà brutale: l'applicazione di algoritmi e intelligenza artificiale per calcolare, pianificare, giustificare lo sterminio di massa.
Tra il pubblico della prima veneziana c'era anche Ghali. Non per sfilare sul red carpet, non per farsi vedere. L'artista è arrivato al Lido a titolo personale, per assistere proprio a quella proiezione. Da anni schierato pubblicamente al fianco del popolo palestinese, Ghali ha voluto esserci. E alla fine della visione, il suo giudizio è stato netto e senza appello: "Sono venuto a Venezia per vedere Naza, a titolo personale. Secondo me dovrebbero vederlo tutti".
"L'arte è ancora capace di superare qualsiasi silenzio e qualsiasi censura. Nella speranza che le testimonianze della verità non finiscano invano, è importante che tutti guardino questo documentario". -Ghali
Ma Ghali non si è fermato alla semplice recensione. Ha lanciato un appello diretto al mondo della scuola: "Dopo mezza vita passata nelle scuole, ritengo sia necessario che maestri e professori trovino spazio per approfondire quello che sta succedendo in Palestina e nel Medio Oriente sistematicamente ormai da decenni. Non esitate a chiedere cose ai vostri insegnanti, soprattutto a quelli di storia".
Il documentario è in concorso a Venezia 83, competizione ufficiale che quest'anno si è confermata uno spazio di cinema coraggioso, capace di affrontare temi scomodi senza giri di parole. Abraham e Szor hanno lavorato al progetto con la consapevolezza dei rischi, tenendo tutto segreto fino alla presentazione ufficiale. Le testimonianze raccolte sono esplosive: ufficiali che parlano apertamente di come funziona il sistema, di come vengono prese le decisioni, di come la tecnologia permetta di "razionalizzare" scelte che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate semplicemente disumane.
Vedere quel film significa confrontarsi con domande scomode. Significa chiedersi fino a che punto la tecnologia possa essere messa al servizio della distruzione. Significa interrogarsi su cosa resta dell'etica quando le decisioni vengono delegate a sistemi automatizzati. E significa, soprattutto, guardare in faccia una realtà che continua da decenni e che troppo spesso viene raccontata in modo parziale o semplicemente ignorata.
I venticinque minuti di applausi non sono stati solo un tributo al valore cinematografico dell'opera. Sono stati un atto politico, una presa di posizione, un modo per dire che quella verità non può più essere nascosta. Che l'arte, come dice Ghali, ha ancora la forza di bucare la cortina di censura e silenzio che avvolge certi temi.