Giffoni 2017: il resoconto della roundtable con Mika
Al Giffoni Film Festival 2017 abbiamo intervistato Mika: si è parlato del festival, di cinema (da Tim Burton a Harry Potter) e dei suoi prossimi progetti
Nato a metà degli anni '90, appassionato di cinema, serie TV e fumetti, continuamente in viaggio e in crisi con se stesso. Ama i pinguini e non certo per questo si è ritrovato a collaborare con BadTaste tra festival, interviste e approfondimenti.
Dopo il clamoroso successo dello scorso anno dovuto anche alla sua partecipazione, quest’anno l’apprezzatissimo Mika, ormai amato da adulti e bambini, ha deciso di tornare nuovamente in Italia per parlare a tutti i partecipanti (e non solo, grazie alla diretta dell’incontro con i giurati trasmessa sul sito ufficiale del festival).
È il tuo secondo anno a Giffoni. Cosa ti ha spinto a tornare?
Il primo anno non sapevo cosa aspettarmi. Non avevo mai sentito parlare di Giffoni e Ivan Cotroneo, regista italiano con il quale ho lavorato e lavoro, non mi ha voluto anticipare molto. È ovvio dire che sia un festival diverso da tutti: c’è un energia positiva “non gratuita”, naïf. Nelle conversazioni che abbiamo con questi ragazzi, duranti gli incontri o le sessioni di domande, ricevo domande che spesso sono più difficili di quelle che mi fanno gli adulti, sulla musica, sul modo di gestire le proprie scelte, la propria carriera, su come affrontare la vita. Sono molto forti nel farlo, sono curiosi e preoccupati per il loro futuro. Vogliono capire come fare per andare avanti. Questo rende Giffoni Film Festival speciale, diamo una voce alle persone che sono i veri protagonisti di tutto quello che facciamo.
Il video è una versione più leggera di quello che narra il testo. Sono argomenti seri e universali, per questo il messaggio è “popolare” e la musica permette di raccontarlo nel migliore dei modi. Il testo recita “io ero quello dimenticato, quello illuso” e altre parole anche più forti, il risvolto sta nel vedere, a distanza di anni, chi “canta la pop song e chi vende i pop corn”. È un gioco di parole, ma il messaggio è serio. L’idea di essere esclusi non vuol dire di esser meno di altri, solo che non è ancora arrivato il momento. E dopo aver bramato vendetta arriva la fase più bella: quella creativa. Io le ho passate entrambe: ero quello che restava solo durante l’intervallo, quello che quando passava nel cortile riceveva continue pallonate sulla pancia (per questo odio il calcio). Io però dovevo superare quel cortile per arrivare ad alcune piccole stanzette. In una di queste c’era un pianoforte e lì suonavo e scrivevo le mie prime canzoni. È strano che da queste esperienze, che in pochi passano, nascano canzoni che poi diventato “popolari” e conosciute dai molti.
Quest’anno torni su Rai Due, in Autunno, con Casa MIKA. Perché e quali le novità?
E la musica, invece?
Sono alla metà del nuovo album. Lo sto scrivendo tutto con un’altra persona (non posso dirvi chi), per questo sarà molto “coesivo”. Il pianoforte farà da base e non sarà affatto triste, sarà molto pop. Ogni settimana cerco di occuparmi sempre di questo e di altri progetti. È un equilibrio essenziale da mantenere.
Mmm... so dove vuoi andare a parare. Se parliamo di “febbraio” (N.d.R: ci si riferisce a Sanremo) non so come potrei farlo anche se sarebbe un grande onore. Io non so condurre, so solo fare cose attraverso il mio modo di vedere il mondo, è un modo di improvvisare che non appartiene troppo a questi eventi.
Torniamo un attimo a parlare di cinema. Quali sono stati o sono i tuoi film preferiti e… ci sono mai state proposte da parte di questo mondo? Dopo il breve cammeo in Zoolander 2 potresti essere il nuovo Daniel Day-Lewis visto il recente ritiro dalle scene di quest’ultimo...
Io volevo esser due persone da ragazzo: Johnny Depp e il protagonista di Richie Rich. Ma mi sarebbe anche piaciuto essere Mathilda (Natalie Portman) in Léon amando molto il regista del film, Luc Besson. Per questo non potrei mai immaginare di essere Harry Potter. Pensate che da ragazzo, quando frequentavo la Westminster School, non capivo cosa stavano facendo, cosa giravano. Tuttavia sfruttai l’occasione con alcuni amici con i quali, oltre a vendere delle caramelle che mia zia mi riportava dall’America (al triplo del valore reale), per guadagnare qualche soldo ci divertivamo a vestirci come gli studenti di Hogwarts chiedendo ai turisti 5 pound per ogni foto scattata con noi (ma solo uno di noi due, se la volevi con entrambi dovevi pagar doppio). Però siamo stati beccati e… ho rischiato l’espulsione per questo (nonostante gli sconti che facevamo). Un giorno, comunque, mi piacerebbe poter raccontare la situazione in Libano, sarebbe fantastico ma non ci si può arrivare dal nulla, bisognare fare un passo dopo l’altro, e io son un musicista. Lì ci sono una, due anzi, forse tre generazioni completamente dimenticate, mai raccontante, perse (come accade in Siria, ma ovunque). Ecco, a questo proposito consiglio anche un altro film: Caramel.
E invece del cinema italiano cosa ci dici?
Di recente ho visto Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese, molto bello. Poi… Ferzan Ozpetek mi aveva offerto un ruolo e avrei accettato con piacere ma… dopo cinque minuti ci ha ripensato. È meglio così, il film è andato bene anche se non posso dirvi quale fosse.
Per il momento mi sono fermato. Ho fatto The Voice in Francia, con un’impronta molto diversa da quella italiana di X Factor, che però resta il massimo grazie alla produzione di Sky e dopo aver raggiunto il massimo è difficile voler fare altro. Questa fase è terminata nonostante il divertimento e le molte opportunità date, come quella di rimuovere le mie paranoie sulla tv stessa.
Chiudiamo in bellezza. Ormai è molto che sei in Italia. Che cosa puoi dirci sulla nostra nazione?