Innocente, ma mai per tutti: il documentario sul caso Jackson è al primo posto nella Top 10 italiana di Netflix
Netflix lancia la docuserie sul processo a Michael Jackson: parlano i giurati del 2005. Nuove testimonianze su uno dei casi più controversi della storia del pop, in Top 10 in piattaforma.
Vent'anni sono passati da quel 13 giugno 2005, quando il verdetto di assoluzione di Michael Jackson risuonò nell'aula del tribunale della contea di Santa Barbara. Eppure, quella sentenza non ha mai davvero chiuso nulla. Il Re del Pop è morto nel 2009, ma il dibattito sulla sua innocenza o colpevolezza continua a dividere il mondo, alimentato da documentari, rivelazioni e interpretazioni contrastanti che si rincorrono senza sosta.
Da oggi Netflix entra prepotentemente in questa arena con Michael Jackson: il verdetto, la docuserie in Top 10 italiana su Netflix in tre episodi che promette di fare ciò che nessuno aveva mai fatto prima: dare voce ai giurati, a chi era in quell'aula, a chi dovette decidere se la più grande popstar del pianeta fosse anche un predatore di minori. Non semplici ricostruzioni giornalistiche o testimonianze filtrate, ma un mosaico di voci dirette che riportano lo spettatore dentro quella stanza dove si consumò uno degli eventi giudiziari e mediatici più seguiti del nuovo millennio.
Il progetto, diretto da Nick Green e prodotto dallo showrunner David Herman insieme a Fiona Stourton, arriva in un momento particolare. Il biopic Michael ha appena dominato i botteghini mondiali raccontando l'ascesa artistica di Jackson, ma fermandosi strategicamente al 1988, lasciando fuori tutto il resto: gli scandali, le accuse, i processi. Questa docuserie riprende esattamente da dove il film si è fermato, spostando l'obiettivo dall'artista all'uomo, dalla leggenda al corpo sul banco degli imputati.
La particolarità della serie sta nell'approccio quasi forense alla vicenda. Nel 2005 le telecamere non furono ammesse in aula, così il mondo seguì il processo attraverso cronache giornalistiche, ricostruzioni televisive e un fiume infinito di commenti. Cosa accadde davvero in quella stanza rimase sempre mediato, filtrato, interpretato. Ora, per la prima volta, parlano i protagonisti: giurati che dovettero decidere sulla base di prove e testimonianze, investigatori che condussero le indagini, testimoni oculari e persone vicine sia all'accusa che alla difesa.
Per capire il processo del 2005 bisogna tornare indietro di oltre un decennio. Nel 1993 il nome di Michael Jackson finì per la prima volta sotto i riflettori della giustizia dopo le accuse del tredicenne Jordan Chandler. L'indagine del dipartimento di polizia di Los Angeles non portò a incriminazioni penali, ma si concluse l'anno successivo con un accordo extragiudiziale milionario che molti interpretarono come un'ammissione di colpevolezza, mentre i sostenitori di Jackson lo considerarono un modo per chiudere rapidamente una vicenda orchestrata per estorcere denaro.
Nel 2003 il giornalista britannico Martin Bashir, lo stesso della controversa intervista a Lady Diana, realizzò Living with Michael Jackson, un reportage che seguiva la vita quotidiana della popstar. Nelle immagini, Jackson appariva in compagnia di Gavin Arvizo, un ragazzino di 13 anni che aveva da poco sconfitto un linfoma non-Hodgkin dopo cure pesanti tra cui la chemioterapia. Durante il percorso terapeutico, la famiglia Arvizo era entrata in contatto con alcune associazioni benefiche che permettevano ai giovani pazienti di incontrare personaggi famosi. Fu così che Gavin conobbe Michael Jackson.
Nel documentario, davanti alle telecamere, Jackson dichiarò con naturalezza di aver permesso ad Arvizo di dormire nel proprio letto. Quella frase, pronunciata senza apparente consapevolezza della sua potenziale esplosività, innescò un'indagine che portò all'arresto del cantante nel novembre 2003 e al processo che si aprì nel gennaio 2005.
Durante le udizie, l'accusa presentò diversi ragazzi che sostenevano di essere stati molestati dal cantante. La difesa rispose schierando una lista impressionante di testimoni favorevoli: Macaulay Culkin, Jay Leno, George Lopez, Chris Tucker, tutti chiamati a sostenere l'innocenza dell'artista. Mesi di deposizioni, perizie, testimonianze contrastanti che trasformarono il procedimento in uno spettacolo mediatico globale seguito quotidianamente da milioni di persone.
Il 13 giugno 2005 arrivò il verdetto: assoluzione completa da tutti i capi d'imputazione. Jackson uscì dal tribunale libero, ma la sua immagine era irrimediabilmente compromessa. Morì quattro anni dopo, nel 2009, senza aver mai davvero recuperato lo status di icona intoccabile che aveva avuto negli anni Ottanta e Novanta.
Michael Jackson: il verdetto include tra gli intervistati figure cruciali per comprendere la polarizzazione del caso. Da una parte J. Randy Taraborrelli, biografo storico di Jackson e sostenitore convinto della sua innocenza. Dall'altra Diana Dimond, cronista della CNN che fin dalle prime accuse del 1993 sipose come una delle più feroci accusatrici pubbliche del Re del Pop. Due prospettive inconciliabili che la serie lascia convivere, senza imporre una verità definitiva.
Netflix rivendica invece un approccio diverso: un tentativo di ricostruire con rigore giornalistico cosa accadde davvero in quell'aula. Un proposito ambizioso, forse impossibile, considerando che da oltre trent'anni nessuno è riuscito a mettere d'accordo fan, detrattori, osservatori e addetti ai lavori. "Sono passati vent'anni dal processo a Michael Jackson, nel quale fu dichiarato non colpevole. Eppure, ancora oggi, la controversia continua a infuriare", hanno spiegato Green e Stourton presentando la serie. Una frase che fotografa perfettamente il motivo per cui questo progetto esiste: il verdetto giudiziario non ha mai coinciso con una definitiva pacificazione dell'opinione pubblica.
A diciassette anni dalla morte, il Re del Pop continua a essere una figura capace di dividere, interrogare e alimentare un dibattito che sembra non conoscere una parola definitiva. Netflix lo sa bene e con questa serie scommette su una domanda che non ha mai smesso di ossessionare il pubblico: Michael Jackson era innocente o colpevole? La risposta, probabilmente, non arriverà mai. Ma il tentativo di cercarla continua a esercitare un fascino irresistibile.