Jamie Lee Curtis su Netflix, nel film che cancella 40 anni di sequel (e funziona più dell'originale)
Analisi del film con Jamie Lee Curtis che funziona meglio dell'originale di Carpenter.
Quarant'anni sono un'eternità nel cinema horror. Quarant'anni di sequel, reboot, remake e spin-off che hanno diluito, stravolto e spesso tradito l'essenza di un capolavoro. Eppure, nel 2018, David Gordon Green ha compiuto un gesto necessario: ha preso la saga di Halloween, ha premuto il tasto reset e ha deciso di ignorare completamente tutto ciò che era accaduto dopo il 1978. Ogni film, ogni capitolo intermedio della saga di Michael Myers è stato spazzato via dalla continuità. Rimane solo l'originale di John Carpenter, pietra miliare dello slasher movie, e questo nuovo sequel diretto che ne raccoglie l'eredità quarant'anni dopo, in tempo reale. Il risultato è un film (disponibile su Netflix) che funziona su più livelli: come omaggio reverenziale al classico di Carpenter, come evoluzione intelligente dei suoi temi e come esperienza horror autonoma capace di terrorizzare anche chi non ha mai visto l'originale.
Il genio di questo Halloween risiede nella sua capacità di bilanciare rispetto e innovazione. Green, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Jeff Fradley e Danny McBride, suoi collaboratori nella serie Vice Principals, inietta nel film un senso dell'umorismo peculiare, quasi straniante. Non si tratta di battute fuori luogo o di parodia, ma di un'ironia nera che emerge nei dialoghi e nelle situazioni, alleggerendo momentaneamente la tensione prima che questa torni a stringere la gola dello spettatore. È un equilibrio delicato che poteva facilmente fallire, trasformandosi in autoironia fuori tono, ma qui funziona perché conferisce personalità al film e impedisce che diventi una sfilata di morte gratuita. Sul piano tecnico, Halloween 2018 è una masterclass di regia horror classica.
E poi c'è la colonna sonora. Carpenter stesso è tornato a comporre le musiche insieme al figlio Cody e a Daniel A. Davies, creando un tappeto sonoro di synth minacciosi che evoca immediatamente l'atmosfera del 1978 pur aggiornandola con texture contemporanee. Il sound design alterna silenzio opprimente a rumori dolorosamente amplificati: il respiro pesante dietro la maschera, il rumore metallico di un coltello estratto, il crack delle ossa. Questa dimensione sonora contribuisce in modo determinante a rendere Halloween 2018 un'esperienza sensoriale che riattiva i codici del classico senza mai sembrare una semplice replica nostalgica. Ma il vero cuore pulsante del film è Jamie Lee Curtis. La sua interpretazione di Laurie Strode trasforma quello che poteva essere un semplice sequel in una riflessione sul trauma e sulla sopravvivenza.
Halloween 2018 rappresenta un caso raro di sequel che riesce a onorare il proprio predecessore senza esserne schiacciato, che trova nuove cose da dire senza tradire lo spirito originale. È un film che comprende che il vero orrore di Michael Myers non sta nella sua forza sovrumana o in motivazioni elaborate, ma nella sua totale assenza di umanità, nella sua natura di male inspiegabile che non può essere razionalizzato o negoziato. E comprende che la vera storia non è quella del mostro, ma quella di chi sopravvive al mostro, di chi continua a vivere portando cicatrici invisibili che non si rimarginano mai del tutto.