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“La bandiera palestinese sia issata al Lido” associazione risponde a Barbera per La Mostra di Venezia 26

VENICE4PALESTINE rilancia la richiesta alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di issare la bandiera palestinese al Lido

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Dopo il no del direttore Alberto Barbera, Venice4Palestine torna a chiedere alla Biennale di issare la bandiera palestinese per tutta la restante durata della Mostra, sottolineando la presenza in selezione ufficiale di due film indicati dalla stessa manifestazione come palestinesi. Il collettivo, il cui nuovo appello ha già superato il migliaio di firme, replica alle dichiarazioni di Barbera a Repubblica, secondo cui la bandiera non può essere esposta perché la Palestina non è riconosciuta come Stato dall’Italia, e invita la Biennale ad andare “oltre i protocolli”, assumendo una posizione pubblica che si traduca in un gesto concreto.

Venice4Palestine esprime inoltre solidarietà agli artisti che si sono esposti pubblicamente sulla Palestina, citando Vanessa Redgrave, Susan Sarandon e Mark Ruffalo, e rilancia l’appuntamento del 9 settembre a Roma, dalle 13.00 davanti a Montecitorio, per la maratona di protesta e dissenso: “La solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia”. Di seguito il comunicato integrale di Venice4Palestine.

L’attenzione riservata in questi giorni dalla stampa internazionale al nostro appello, che ha già superato il migliaio di firme, conferma che anche a Venezia, come da tempo accade nei festival di cinema, la conversazione è già dominata dal genocidio in Palestina e dal rapporto tra cinema e politica. Crediamo fermamente che il cinema e la creazione artistica hanno sempre un valore politico. Così come le scelte individuali di ognunə di noi. Per questo ringraziamo il direttore Barbera per averci chiarito qualsiasi dubbio rispondendo direttamente alle nostre richieste - e di averlo finalmente fatto in maniera pubblica, chiarendo le sue decisioni. Anche queste scelte hanno un valore politico.

Avevamo chiesto che la bandiera palestinese venisse issata insieme a tutte quelle dei Paesi rappresentati dai film in selezione ufficiale, ma Barbera conferma su Repubblica che la bandiera palestinese non ci sarà - nonostante la presenza di due film palestinesi. Il pretesto addotto dal direttore è che solo le bandiere dei Paesi riconosciuti dallo Stato italiano possono essere esposte dalla Biennale e “la Palestina purtroppo non è ancora uno Stato” afferma - convenientemente trascurando che invece la Palestina è uno Stato per circa 150 altri Paesi nel mondo, compresi 35 Stati europei tra cui Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Facciamo presente al direttore Barbera che in realtà lo Stato italiano ha già implicitamente riconosciuto lo Stato della Palestina poiché riconosce, già da tempo, l’ambasciatrice palestinese in Italia, Sua Eccellenza Mona Abuamara. Se è vero che “tutti vorremmo che lo fosse” (uno stato), dice Barbera riferendosi alla Palestina, allora cominci la Biennale a fare dei gesti concreti di solidarietà reale, riconoscendo, come gran parte dell’Europa e del mondo già fanno, che la Palestina già lo è, senza nascondersi dietro regole vetuste e senza usare la selezione dei film come un alibi per non esprimere le proprie posizioni. Non è più tempo. I film parlano per se stessi e tutt’al più per i loro autori, non certo per le istituzioni come la Biennale. C’è ancora tempo invece per un gesto simbolico e concreto allo stesso tempo. In fondo la Mostra ha già de facto riconosciuto la Palestina come Stato, riconoscendola come Paese di origine di due film in selezione ufficiale - come si può leggere nel sito ufficiale della manifestazione. Può benissimo, laddove ci sia una volontà concreta, ufficializzare questa posizione. Rilanciamo quindi la richiesta al direttore di issare la bandiera della Palestina per tutta la restante durata del festival.

E rilanciamo la richiesta che facciamo fin dallo scorso anno che anche le istituzioni, specie quelle culturali, trovino il coraggio di fare uno scarto, di andare oltre i protocolli e di prendere finalmente una posizione chiara e netta che vada oltre le parole, invece di continuare a lasciare che siano artistə e lavoratorə dell’arte e della cultura a doversi assumere, a proprio rischio individuale, la responsabilità di esprimere la protesta e il dissenso di fronte al genocidio del popolo palestinese per mano del Governo di Israele. E il rischio individuale può essere grande per chi mette la propria popolarità al servizio della lotta palestinese. L’abbiamo visto succedere nel passato, ormai lontano, a Vanessa Redgrave quando lanciò il suoj’accuse contro i teppisti sionisti dal podio degli Oscar; l’abbiamo visto succedere in questi anni di genocidio a Susan Sarandon per aver denunciato pubblicamente quanto accadeva e ancora accade a Gaza; lo vediamo in questi giorni con quanto sta accadendo nei confronti del coraggioso attore Mark Ruffalo, preso di mira da una campagna diffamatoria, tanto ingiustificata quanto strumentale, per essersi espresso con grande forza critica nei confronti di Israele: a tuttə loro - e alle migliaia di altrə che, pur non avendo la stessa forza contrattuale, si sono egualmente espostə - va tutta la nostra solidarietà, il nostro sostegno e la nostra riconoscenza per mostrarci il valore di certe scelte.

Ricordiamo ancora una volta che sionismo non equivale a ebraismo, che il Governo Israele non rappresenta il popolo ebraico nella sua totalità, che antisionismo e antisemitismo sono due cose profondamente diverse e che criticare Israele è legittimo e soprattutto non è interpretabile come espressione di antisemitismo. Per questo mercoledì prossimo 9 settembre saremo a Roma insieme a tutte le altre realtà promotrici per la maratona di protesta e dissenso che avrà luogo dalle ore 13.00 davanti Montecitorio e a cui invitiamo tuttə a partecipare: la solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia.

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