La battaglia dimenticata che Chris Pine ha portato su Netflix: la vera storia di Robert Bruce
Chris Pine: Netflix taglia 20 minuti dal film storico su Robert the Bruce. Analisi della versione finale, cast e confronto con Braveheart.
Gli anni Novanta sono stati l'età dell'oro del cinema storico: Daniel Day-Lewis in Last of the Mohicans, Mel Gibson che conquistava l'Oscar con Braveheart, Kevin Costner che ballava coi lupi. Erano film virili, sanguinari, pieni di testosterone e battaglie epiche che riempivano le sale. Poi gli effetti speciali hanno preso il sopravvento, Independence Day ha cambiato le regole del gioco, e il genere è lentamente scomparso dai radar. Per questo Outlaw King - Il re fuorilegge, il film originale Netflix diretto da David Mackenzie e interpretato da Chris Pine, rappresenta già di per sé una rarità: un kolossal storico in piena regola nel 2018, ambientato nella Scozia del XIV secolo.
La storia racconta l'ascesa di Robert Bruce, il leggendario "Re degli Scozzesi" che guidò la rivolta contro il dominio inglese di Re Edoardo I. Mackenzie, regista scozzese dal curriculum eclettico che spazia dal western moderno Hell or High Water al dramma carcerario Starred Up, porta sullo schermo questa narrazione ambiziosa con un cast di tutto rispetto: Chris Pine nei panni del protagonista, Stephen Dillane come il temibile Edoardo I, Florence Pugh come Elizabeth de Burgh, e un Billy Howle inquietante nel ruolo del principe ereditario violento e capriccioso.Ma quello che rende Outlaw King davvero interessante dal punto di vista produttivo è ciò che è successo dopo la sua prima mondiale al Toronto International Film Festival. Il film aveva ricevuto recensioni tiepide, e Mackenzie ha preso una decisione drastica: tornare in sala di montaggio e tagliare ben 20 minuti dalla versione originale. Questi tagli hanno effettivamente migliorato il ritmo generale del film e semplificato l'arco narrativo di Robert Bruce, rendendolo più lineare nel suo passaggio da leader riluttante a vero eroe. Il montaggio più asciutto permette a Florence Pugh di emergere con maggiore forza: il suo personaggio, Elizabeth de Burgh, introdotta come moglie combinata di Robert, guadagna profondità emotiva.
I suoi piccoli gesti di gentilezza acquistano maggiore impatto in assenza di scene di riempimento, e nella terza parte del film regala una performance straordinariamente toccante. Dal punto di vista tecnico, Outlaw King non delude. Il direttore della fotografia Barry Ackroyd confeziona immagini potenti e viscerali, e il film non ingrana davvero fino alla seconda metà, quando la narrazione finalmente trova il suo centro di gravità. Ma è la battaglia di Bannockburn nel terzo atto a rappresentare il vero culmine: una sequenza complessa, sanguinaria, fangosa e violenta che Mackenzie orchestra con maestria.
È un pezzo di cinema d'azione che vale da solo il prezzo del biglietto, o in questo caso, l'abbonamento Netflix. Il risultato è un film che mostra ambizione e maestria artigianale in molti suoi aspetti. Per chi ama il genere storico e ha nostalgia dei kolossal anni Novanta, Outlaw King offre comunque alcune soddisfazioni: Chris Pine dimostra di poter sostenere un ruolo così impegnativo, le battaglie sono spettacolari, e la ricostruzione storica è convincente. Ma se vi aspettate l'emozione di Braveheart o la potenza narrativa de Il gladiatore, preparatevi a un'esperienza più frammentaria e meno coinvolgente.