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La fiaba oscura di Guillermo del Toro su Prime Video nasconde un messaggio che tutti dovrebbero conoscere

Del Toro usa la fiaba per denunciare fascismo e autoritarismo nella Spagna franchista, in questo film disponibile su Prime Video.

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Il labirinto del Fauno, disponibile su Prime Video, non è solo una fiaba oscura. È un cinema dentro il cinema, dove Guillermo del Toro costruisce una doppia narrazione che si riflette come in uno specchio deformante: da una parte la Spagna del dopoguerra civile, dall'altra un regno sotterraneo popolato da creature fantastiche e prove impossibili. Ma qual è il vero significato che tiene insieme questi due mondi apparentemente distanti? La risposta sta in Ofelia, una bambina che cerca disperatamente una via di fuga dalla sua realtà. Dopo la morte del padre, sua madre si è risposata con il Capitano Vidal, un ufficiale fascista la cui sola presenza minaccia ogni senso di sicurezza. Il patrigno non è solo un personaggio negativo: è l'incarnazione stessa dell'autoritarismo, della violenza legittimata, del potere che schiaccia i più deboli. Di fronte a questo incubo concreto, Ofelia si rifugia in un viaggio interiore sempre più fantastico, sempre più estremo.

Del Toro ha sempre sostenuto che il film è, nella sua essenza, una storia semplice che attinge alla tradizione delle fiabe classiche. Non a caso i personaggi funzionano come archetipi: Ofelia è la principessa in esilio, i ribelli sono i taglialegna che salvano Cappuccetto Rosso dal Lupo cattivo fascista, Mercedes la domestica diventa l'eroina sovversiva che combatte il mostro dall'interno. Ogni elemento fantastico che Ofelia incontra può essere letto come il suo modo di dare senso al caos che la circonda, esattamente come le fiabe hanno sempre fatto: tradurre concetti complessi in immagini comprensibili. Prendiamo l'Uomo Pallido, una delle creature più iconiche e inquietanti del cinema contemporaneo. Seduto a un banchetto sontuoso, con gli occhi incastonati nei palmi delle mani, questa figura macabra non è semplicemente un mostro da sconfiggere. Simboleggia le figure autoritarie predatorie che divorano i vulnerabili, e del Toro stesso ha ammesso che rappresenta una critica nemmeno troppo velata alla Chiesa cattolica e al suo storico silenzio di fronte alle atrocità del franchismo.

È un potere che finge cecità finché non viene disturbato, poi divora senza pietà. Ma il cuore pulsante del significato del film risiede nella scelta e nella disobbedienza. Il Fauno affida a Ofelia tre prove per permetterle di tornare al suo posto come regina del mondo sotterraneo. Eppure, costantemente, la bambina disobbedisce alle istruzioni. Mangia il cibo proibito nel regno dell'Uomo Pallido. Rifiuta di versare il sangue innocente di suo fratello. Le sue decisioni non sono sempre le più sicure, ma sono guidate da una bussola morale interiore che rifiuta la cieca obbedienza. Questa stessa dinamica si ripete nel mondo reale attraverso i ribelli che resistono al regime di Vidal. Come Ofelia nel labirinto, anche loro scelgono di fidarsi della propria coscienza invece di sottomettersi all'autorità costituita. Mercedes, in particolare, vive un percorso parallelo a quello di Ofelia: entrambe affrontano le proprie prove, entrambe sfidano il mostro, entrambe rischiano tutto per ciò che è giusto.

Del Toro costruisce questa architettura narrativa basandosi sulla ripetizione simbolica, uno degli elementi fondamentali delle fiabe. Lo psicologo Bruno Bettelheim teorizzava che le favole tradizionali servissero inizialmente a spiegare fenomeni naturali incomprensibili, per poi evolversi in strumenti di comprensione psicologica del comportamento umano. Il labirinto del Fauno prosegue questa tradizione millenaria, usando iconografie specifiche per portare elementi fiabeschi nel mondo reale e mostri per esprimere un intero arazzo di moralità umana. Ed è qui che emerge la verità più scomoda e potente del film: per quanto l'Uomo Pallido faccia paura, per quanto il Fauno sia ambiguo e potenzialmente pericoloso, i veri mostri sono e restano gli esseri umani. Il Capitano Vidal è infinitamente più terrificante di qualsiasi creatura del labirinto. La sua violenza metodica, la sua crudeltà calcolata, la sua totale assenza di empatia rappresentano un orrore concreto e storico che nessuna fantasia può eguagliare.

Ofelia sopravvive alle sue prove nel regno magico, ma viene uccisa per aver osato parlare e sfidare l'autorità fascista nel mondo reale. Tuttavia, per il suo coraggio, per aver preso posizione, viene ricompensata nell'aldilà. Gli adulti che hanno resistito in segreto, senza agire apertamente, muoiono anch'essi ma senza alcuna redenzione. Il messaggio morale è cristallino nella sua semplicità: non basta opporsi al fascismo nell'intimo della propria coscienza, bisogna prendere posizione attivamente, anche quando costa tutto. Questo nucleo tematico rende Il labirinto del Fauno non solo un capolavoro estetico, ma un'opera di urgente attualità. Uscito nel 2006 e ambientato negli anni Quaranta spagnoli, il film parla direttamente al ventunesimo secolo. In un'epoca in cui i sentimenti fascisti continuano a esercitare influenza, spesso mascherati da retorica populista o normalizzati dal dibattito pubblico, la parabola di Ofelia ci ricorda che il silenzio e l'obbedienza sono complicità.

Del Toro costruisce un universo in cui la linea tra realtà e fantasia rimane volutamente sfocata. Non sappiamo con certezza se il regno sotterraneo esiste davvero o se è solo nella mente di Ofelia. Ma questa ambiguità non è un difetto narrativo: è poetica pura. Permette alla storia di fluire nel suo mondo, di esistere secondo le proprie regole, di essere contemporaneamente una fiaba oscura e un documento storico sul trauma della guerra. La forza del film sta proprio in questa duplicità irrisolta. Se il labirinto è reale, allora Ofelia ha davvero trovato la salvezza. Se è immaginario, allora una bambina si è costruita un universo di senso per rendere sopportabile l'insopportabile, per mantenere la propria umanità in un mondo che la negava. In entrambi i casi, ha vinto. Ha scelto di essere disobbediente, di seguire la propria bussola morale, di rifiutare la logica del potere che vuole solo obbedienza cieca.

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