La gemma nascosta su Disney+ con un Willem Dafoe straordinario: il film che tutti dovrebbero vedere
Un Willem Dafoe monumentale e il genio grottesco di Lanthimos: il thriller d'autore imperdibile dell'anno
Dopo le sfarzose deviazioni pop e da Oscar de La favorita e Povere creature, Yorgos Lanthimos decide di abbandonare i costumi d'epoca e le lenti deformanti per tornare alle origini del suo cinema più spietato e disorientante.
Il risultato è Kinds of Kindness, un'opera monumentale ora finalmente disponibile in streaming su Disney+. Un trittico cinematografico che riconferma Lanthimos come uno dei cineasti più visionari del Ventunesimo secolo e regala al pubblico l'ennesima interpretazione magistrale di un monumentale Willem Dafoe, punta di diamante di un cast in stato di grazia.Il film tesse tre storie apparentemente distanti ma unite dallo stesso filo conduttore: la sottomissione umana e la ricerca parossistica di approvazione.
Si passa dalle dinamiche di un uomo d'affari il cui capo controlla persino gli orari dei rapporti intimi con la moglie, al dramma paranoico di un poliziotto convinto che la consorte, tornata dopo un naufragio, sia un sosia, fino al delirio mistico di una setta alla ricerca di un messia capace di resuscitare i morti. Il tono è quello della black comedy più estrema, dove il sesso esplicito e il sangue diventano fredde battute finali di uno sketch cosmico.La recitazione "morta" che incanta
La vera forza di Kinds of Kindness risiede nella sua recitazione straniata, quasi robotica, che ricorda da vicino le atmosfere di The Lobster.
In questo teatro dell'assurdo, Willem Dafoe si muove con una naturalezza disarmante, calibrando carisma e minaccia con una sottigliezza che solo i grandissimi attori possono permettersi. Accanto a lui, un eccezionale Jesse Plemons – premiato a Cannes per questa performance – riesce a incarnare l'alienazione contemporanea con una mimica facciale inquietantemente realistica.
Visivamente il film è un gioiello di precisione: abbandonati i virtuosismi digitali, Lanthimos si affida a colori saturi, inquadrature fisse e una gestione misurata dello spazio che amplifica il senso di claustrofobia mentale.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Efthimis Filippou, è un concentrato di dialoghi fulminanti e trovate geniali, anche se l'ultima parte dell'antologia risente di una parziale stanchezza narrativa, faticando a mantenere il ritmo forsennato dei primi due capitoli.
Ma il modo in cui Lanthimos esplora il concetto di abuso psicologico e manipolazione emotiva, facendolo precipitare in un finale tanto grottesco quanto inevitabile, è grande cinema di critica sociale (che si era già visto in Povere Creature). Questo non è un film da guardare passivamente sul divano di casa: è un labirinto visivo che sfida lo spettatore, lasciandolo spesso nel dubbio se ridere o rimanere inorridito. Ed è esattamente per questo motivo che non potete assolutamente perdervelo.