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La legge di Lidia Poët, quanto c'è di vero? La vita della prima avvocata che ha ispirato la serie Netflix

Tra fatti realmente accaduti e licenze narrative, "La legge di Lidia Poët" racconta la vicenda di una donna che ha cambiato la storia italiana. Ma quanto è fedele la serie Netflix alla realtà? Ecco cosa è vero e cosa appartiene alla finzione.

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La legge di Lidia Poët unisce il fascino del giallo investigativo con il racconto dell'emancipazione femminile. La protagonista, interpretata da Matilda De Angelis, è una donna brillante, ironica e anticonformista che, nella Torino di fine Ottocento, si ritrova costretta a combattere non soltanto contro i criminali, ma soprattutto contro i pregiudizi della società.

La domanda che molti spettatori si pongono dopo aver visto la serie è inevitabile: quanto c'è di vero nella storia raccontata? La risposta è più complessa di quanto possa sembrare. Se molti episodi e numerosi personaggi sono frutto della fantasia degli sceneggiatori, il cuore del racconto prende ispirazione dalla straordinaria vicenda di una donna realmente esistita, destinata a cambiare per sempre la professione forense in Italia.

Lidia Poët nacque il 26 agosto 1855 in Val Germanasca, in Piemonte, all'interno di una famiglia valdese benestante. In un'epoca in cui alle donne erano riservate pochissime opportunità professionali, mostrò fin da giovane un carattere fuori dal comune e una forte determinazione nello studio. Come molte ragazze del tempo, iniziò un percorso per diventare insegnante, una delle poche professioni considerate socialmente accettabili per una donna. Ma il suo obiettivo era molto più ambizioso: studiare legge.

Dopo aver conseguito il diploma liceale, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino, dove rappresentava una grane eccezione in un ambiente quasi esclusivamente maschile. Nel 1881 si laureò discutendo una tesi dedicata anche ai diritti femminili e alla partecipazione politica delle donne, temi decisamente rivoluzionari per il periodo storico. Terminato il praticantato, superò con ottimi risultati l'esame di abilitazione e ottenne inizialmente l'iscrizione all'Ordine degli Avvocati di Torino.

Matilda De Angelis in una scena di La legge di Lidia Poët - Fonte:Groenlandia

Sembrava l'inizio di una nuova era, ma una sentenza che cambiò tutto. Pochi mesi dopo arrivò infatti una decisione destinata a diventare simbolo delle discriminazioni dell'epoca. Il Procuratore Generale contestò infatti la validità della sua iscrizione e la Corte d'Appello di Torino ne dispose la cancellazione dall'albo. Le motivazioni oggi appaiono sorprendenti, ma fotografano perfettamente la mentalità dell'Italia di fine Ottocento. Secondo i giudici, una donna non possedeva le caratteristiche adatte per esercitare una professione tanto autorevole. Si sosteneva inoltre che il suo ruolo naturale dovesse essere quello di moglie e madre e che perfino l'abbigliamento femminile fosse incompatibile con il decoro richiesto dalla toga.

La serie Netflix prende proprio le mosse da questo episodio realmente accaduto, trasformandolo nel punto di partenza dell'intera narrazione, ed è proprio questo l'aspetto più interessante della produzione. Gli autori hanno scelto di non realizzare una biografia rigorosamente storica, bensì una fiction liberamente ispirata ai fatti reali. Lidia Poët è realmente esistita, così come è autentica la lunga battaglia giudiziaria che combatté contro una discriminazione basata esclusivamente sul suo essere donna. Al contrario, gran parte delle indagini investigative rappresentate nei vari episodi sono invenzioni narrative.

Nella serie la protagonista diventa una sorta di detective ante litteram, chiamata a risolvere casi di omicidio, raccogliere prove e smascherare i colpevoli. Questo elemento permette di costruire episodi autoconclusivi dal ritmo sostenuto, ma non trova un riscontro nella documentazione storica. Anche la personalità della protagonista è stata reinterpretata in chiave moderna. Sullo schermo appare indipendente, provocatoria, spesso irriverente, con un linguaggio molto diretto e una vita sentimentale vissuta con estrema libertà. Non esistono però fonti storiche che confermino questo ritratto caratteriale.

Gli sceneggiatori hanno quindi scelto di costruire un personaggio contemporaneo nello spirito, pur mantenendo intatta la forza rivoluzionaria della vera Lidia. Se la componente investigativa appartiene alla fiction, il contributo storico di Lidia Poët è assolutamente reale. Pur non potendo esercitare formalmente la professione, continuò per decenni a collaborare nello studio legale del fratello Giovanni Enrico, occupandosi soprattutto della tutela delle persone più fragili. La sua attività riguardò in particolare i diritti dei minori, delle donne e degli emarginati.

Parallelamente partecipò ai principali congressi internazionali dedicati al sistema penitenziario, conquistando anche importanti riconoscimenti all'estero. La sua preparazione e le sue competenze furono apprezzate ben oltre i confini italiani, tanto che ricevette un'importante onorificenza dal governo francese. Fu inoltre tra le sostenitrici del suffragio femminile e aderì al Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, anticipando battaglie che sarebbero state vinte soltanto molti decenni più tardi.

La svolta arrivò quando Lidia aveva ormai 65 anni. Una modifica legislativa consentì finalmente anche alle donne di iscriversi regolarmente all'Ordine degli Avvocati. Dopo quasi quarant'anni di attesa, Lidia Poët poté finalmente indossare ufficialmente quella toga che le era stata negata per ragioni esclusivamente legate al suo genere. Fu un momento storico destinato a cambiare la professione forense italiana. Morì nel 1949 all'età di 94 anni, lasciando un'eredità che ancora oggi rappresenta un simbolo della lotta per la parità dei diritti.

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