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La performance carismatica di Aaron Taylor-Johnson non basta a salvare questo cinecomic su Netflix

Il film su Netflix con Aaron Taylor-Johnson che delude: troppi villain, violenza gratuita e una sceneggiatura superficiale.

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Aaron Taylor-Johnson non è nuovo ai film Marvel. Nel 2015 ha interpretato Quicksilver in Avengers: Age of Ultron, ma Kraven il cacciatore rappresenta la sua prima vera opportunità di guidare un cinecomic da protagonista. Peccato che, nonostante una performance convincente e piena di carisma, l'ultimo capitolo del Sony's Spider-Man Universe non riesca mai a esprimere il suo potenziale, rimanendo intrappolato tra ambizioni narrative contrastanti e una scrittura troppo superficiale. Il franchise di Sony dedicato ai personaggi Marvel legati a Spider-Man ha sempre mostrato una qualità altalenante. I film di Venom con Tom Hardy hanno funzionato discretamente sia con il pubblico che al botteghino, ma Morbius con Jared Leto e Madame Web con Dakota Johnson sono stati disastri su tutti i fronti. Per Kraven the Hunter, il regista J.C. Chandor ha tentato alcune scelte coraggiose. Il film è abbastanza violento da guadagnarsi un rating R, una rarità nel panorama dei cinecomic contemporanei, dove il PG-13 domina incontrastato per ragioni commerciali.

La violenza in Kraven è esplicita, viscerale, probabilmente tra le più crude mai viste in un film di supereroi. Parliamo di scene che superano persino quelle dei film di Deadpool. Ma c'è una differenza fondamentale: mentre Deadpool bilancia la brutalità con l'ironia e l'umorismo dissacrante, Kraven abbraccia la sua natura sanguinaria senza alcun contrappeso emotivo. Il risultato è una carneficina fine a se stessa, che sembra inserita più per giustificare il rating vietato ai minori che per servire la storia. Un'altra scelta apprezzabile, almeno in teoria, è stata quella di creare un film completamente standalone. In un'era in cui ogni cinecomic sembra più una pubblicità estesa per il prossimo capitolo che un'opera autonoma, Kraven prova a raccontare una storia autoconclusiva. Un'idea nobile, che avrebbe potuto funzionare se il film avesse avuto una sceneggiatura più solida e personaggi sviluppati con maggiore cura. Invece, ciò che rimane sono scene d'azione discrete e gli addominali scolpiti di Taylor-Johnson, elementi insufficienti a sostenere un'intera pellicola.

Il problema principale di Kraven è che cerca di fare troppo. Il film non si limita a raccontare l'origine del suo protagonista, ma si carica sulle spalle le origini di un numero sorprendente di personaggi Marvel. C'è Sergei Kravinoff, ovviamente, che diventerà Kraven, e suo fratello minore Dmitri Smerdyakov, destinato a diventare Chameleon. Entrambi vivono sotto l'ombra minacciosa del padre Nikolai, boss criminale interpretato da Russell Crowe. Gran parte del primo atto si concentra sulla dinamica tra questi tre Kravinoff, ma la relazione rimane abbozzata, costruita su stereotipi di mascolinità tossica che diventano rapidamente frustranti. Ed è qui che emerge la più grande contraddizione del film. Kraven si propone inizialmente di decostruire l'idea che gli uomini debbano sempre essere forti, predatori piuttosto che prede, un paradigma che danneggia personaggi come Dmitri che non si conformano a questo modello. Il viaggio di Sergei dovrebbe portarlo a diventare un uomo diverso da suo padre, a incarnare una forma di mascolinità non tossica basata sull'empatia.

Ma il finale del film tradisce completamente questa premessa, riaffermando proprio il paradigma che sembrava voler demolire. È una scelta sconcertante che mina alla radice qualsiasi tentativo di profondità tematica. Ma non è finita qui. Oltre alle origini di Kraven e Chameleon, il film include anche quelle di Rhino, interpretato da Alessandro Nivola, e di Calypso, interpretata da Ariana DeBose. C'è persino una scena dedicata al backstory del Foreigner, personaggio a cui dà volto Christopher Abbott. Troppi personaggi, troppe origini, troppo poco tempo per sviluppare chiunque in modo soddisfacente. Il risultato è un affollamento narrativo in cui nessuno ha davvero spazio per respirare e crescere. Le scene d'azione, seppur tecnicamente ben realizzate e di per sé godibili, non aiutano. Anzi, si ha la netta sensazione che l'intera trama sia stata costruita attorno a quello che i filmmaker ritenevano potessero essere momenti spettacolari, piuttosto che permettere all'azione di servire organicamente la storia e lo sviluppo dei personaggi.

Il risultato finale è un film di supereroi malamente eseguito, privo di una vera personalità al di là del fascino innegabile di Aaron Taylor-Johnson. L'attore porta carisma e presenza fisica al ruolo, e sorprende per la chimica che riesce a creare con tutti gli altri membri del cast. Alessandro Nivola si diverte visibilmente nel ruolo di Rhino, portando un tocco di leggerezza inaspettata, mentre Christopher Abbott conferisce al Foreigner una minaccia silenziosa e inquietante. Ma nemmeno questi interpreti di talento riescono a mascherare la superficialità della storia e dei personaggi, conseguenza diretta di una sceneggiatura che vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca. Il potenziale c'era tutto. Un film violento e maturo su un anti-eroe complesso, libero dai vincoli di un universo condiviso, con un cast di tutto rispetto. Invece, ogni possibilità viene sistematicamente sprecata. Per chi cerca semplicemente sequenze d'azione cruente e violente in salsa R-rated, Kraven può offrire qualche momento di intrattenimento superficiale.

I fan di Aaron Taylor-Johnson troveranno conferma del suo talento e del suo magnetismo sullo schermo. Ma per tutti gli altri, il film non offre ragioni convincenti per essere visto. Non aggiunge nulla di significativo al genere supereroistico, non racconta una storia memorabile, non crea personaggi che restano impressi. In un panorama già saturo di cinecomic di qualità variabile, Kraven il cacciatore si aggiunge alla lista delle occasioni mancate, dei film che avrebbero potuto dire qualcosa di interessante ma hanno preferito la via più facile della violenza gratuita e dell'azione fine a se stessa. Un peccato, considerando il materiale di partenza e il talento coinvolto davanti e dietro la macchina da presa.

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