FILM

Nel fitto catalogo di Netflix, si nasconde questo film che mette in discussione padre, figlio e destino

Analisi del film di Joe Robert Cole che esplora il rapporto padre-figlio, il ciclo della violenza e le conseguenze di scelte senza alternative.

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C'è un film su Netflix che probabilmente ti sei perso. Si chiama All Day and a Night ed è uscito a maggio 2020, in quella settimana stranamente affollata di novità sulla piattaforma, prima che la pandemia iniziasse davvero a prosciugare il catalogo di contenuti freschi. Tra commedie teen, thriller di serie B e documentari romantici, questo dramma scritto e diretto da Joe Robert Cole, co-sceneggiatore di Black Panther, rischiava di passare inosservato. Sarebbe stato un peccato, perché si tratta di uno di quei lavori che eleva Netflix oltre la sua reputazione di fabbrica di contenuti usa e getta. La storia si apre con una scena che non lascia spazio a fraintendimenti: Jahkor, interpretato da Ashton Sanders, irrompe in una casa e uccide una coppia davanti alla loro bambina. Niente filtri, niente ambiguità. Poi il film si scompone in tre linee temporali che Cole orchestra con una delicatezza sorprendente: l'infanzia di Jahkor, segnata dagli abusi di un padre tossicodipendente, JD, interpretato da Jeffrey Wright.

I mesi prima dell'omicidio, quando il ragazzo scivola sempre più in fondo al mondo criminale; e infine il presente, con Jahkor in prigione che rivive le tappe che lo hanno condotto a una condanna all'ergastolo. È un film riflessivo, come suggerisce il titolo stesso, una locuzione che richiama sia la durata di una condanna sia l'oscurità perpetua di un'esistenza senza sbocchi. Jahkor ripercorre le sue scelte, e il film ti offre spiegazioni, non scuse. C'è un'enorme zona grigia al centro di questa narrazione, e Cole non ha alcuna intenzione di ripulirla per rendere tutto più digeribile. Quello che colpisce subito, ancor prima della trama, è quanto All Day and a Night sembri effettivamente un film vero. Non quella patina piatta, televisiva, che caratterizza troppi prodotti Netflix, ma qualcosa che ambisce al grande schermo. Cole sfrutta ogni centesimo del budget limitato, evitando trucchetti di regia che sarebbero stati una facile tentazione dato il materiale crudo. Mantiene invece un'estetica evocativa e regala alcune sequenze visive memorabili.

C'è un piano sequenza durante una festa che ci porta dall'interno di un locale fino alle strade esterne, più cinematografico di molti film originali Netflix messi insieme. Certo, non tutto fila liscio. La trama legata alle guerre di quartiere è a tratti confusa, i confini tra bande e motivazioni non sempre cristallini. Ma è lo studio del personaggio che conta davvero: un ragazzo che non sa bene come diventare uomo, intrappolato in un sistema che non gli offre alternative credibili. Jahkor parla in voiceover, a volte con intuizioni folgoranti, a volte con luoghi comuni. Racconta della prigione in cui è nato, di come da giovane nero in un quartiere operaio sia sempre stato circondato da quattro mura, solo che sono diventate più evidenti quando è stato effettivamente rinchiuso. Descrive i piccoli tagli quotidiani: la professoressa che ha già rinunciato a lui, il cliente bianco razzista nel negozio di scarpe dove lavora, i poliziotti ansiosi di sbatterlo dentro. Tagli minuscoli che, sommati, lo fanno sanguare.

Suo padre è insieme carnefice e vittima. JD è un tossicodipendente con problemi di salute mentale che non riceve l'aiuto di cui avrebbe disperatamente bisogno. Cole accenna a incolpare un sistema più grande, uno che non ha né le risorse né l'empatia per aiutare chi sta in fondo, ma si assicura che i suoi personaggi non siano solo vittime passive. Sono attivi nelle loro scelte, anche se le scelte a disposizione sono drammaticamente limitate. È un mondo caotico, sporco, e Cole rifiuta di renderlo più appetibile per lo spettatore. Vuole che tu ti faccia domande scomode, e non ti darà risposte facili. Jeffrey Wright appare in poche scene, ma quando c'è, divora lo schermo con una ferocia controllata. Eppure è Sanders a dominare il film, costruendo su quella performance straordinaria in Moonlight e sul lavoro solido ma sottovalutato in Native Son e Captive State. Qui ha il suo ruolo da protagonista più impegnativo finora, e regge il peso con una presenza magnetica.

Lo sguardo di Sanders è intenso, capace di contenere rabbia, paura, speranza schiacciata. Jahkor è un personaggio difficile, il prodotto di un padre difficile, e anche se le loro scene insieme sono limitate, Cole evita il conflitto melodrammatico ovvio, optando per qualcosa di più credibile e straziante. A Jahkor viene detto di non seguire le orme del padre, anche dal padre stesso, ma nessuno gli dà gli strumenti o lo spazio per fare altrimenti. È una storia triste ma non del tutto priva di speranza, con un finale aperto che lascia spazio all'interpretazione, a seconda che tu sia ottimista o pessimista su ciò che potrebbe accadere dopo. La sceneggiatura è a tratti rozza, la struttura narrativa potrebbe essere più rifinita. Ma è un segnale promettente che, dietro il flusso infinito di contenuti facili da consumare, Netflix ha ancora spazio per opere più ambiziose, più pesanti, più necessarie. Film che non ti accarezzano, ma ti lasciano qualcosa addosso quando i titoli di coda scorrono via.

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