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L'hacker che ruba dal Wi-Fi in auto: su Prime Video, il nuovo thriller criminale che mancava dal 2012

Dane DeHaan torna protagonista in questo thriller diretto da Rebecca Thomas. Analisi completa del film con Sasha Calle.

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Quando Dane DeHaan esplose sulla scena nel 2012 con Chronicle, sembrò l'inizio di una carriera stellare. Eppure, negli anni successivi, l'attore si è trovato relegato principalmente a ruoli secondari, come la sua breve ma memorabile apparizione in Oppenheimer. Troppo poco per un talento del genere. Ora, finalmente, DeHaan torna al centro della scena con Wardriver, un nuovo thriller criminale su Prime Video che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Rebecca Thomas, la regista di Electrick Children, a distanza di 14 anni dal suo esordio. Il film, scritto da Daniel Casey di F9, ha tutte le carte in regola per sembrare l'ennesima variazione sul tema Drive: un criminale che guida, una donna in pericolo, un amore impossibile e uomini pericolosi sullo sfondo.

Eppure Wardriver riesce a liberarsi da questi paragoni per trovare una propria identità, grazie a una regia sobria che lascia respirare i personaggi e a una storia che, pur non reinventando il genere, intrattiene e convince. La storia inizia alla fine, o quasi. Cole, interpretato da DeHaan, si trova nel deserto davanti a un uomo insanguinato, con una pistola puntata alla sua testa. La domanda è semplice e disperata: perché sei entrato in casa mia. L'uomo ride, lo prende in giro. Il dito sul grilletto trema. Poi, flashback. Una settimana prima. Cole è un wardriver, termine tecnico per indicare un hacker che lavora dal proprio veicolo. Armato di laptop e di una connessione Wi-Fi abbastanza potente, Cole parcheggia vicino agli edifici di aziende con sistemi di sicurezza scadenti e penetra nei loro network. Ruba tutto prima che qualcuno si accorga di nulla. Il problema è che Cole è negligente, lascia tracce. Ed è così che Oscar, un criminale interpretato da Mamoudou Athie, lo trova.

Oscar lavora come portiere in un ristorante di lusso. Qui ha notato Sarah, una giovane donna che arriva sempre accompagnata da un uomo più anziano, Mark Bilson, che sembra essere suo padre. Durante una conversazione, Sarah ha lasciato sfuggire un dettaglio che ha acceso la lampadina nella testa di Oscar: ha 800mila dollari sul conto corrente. Una cifra che per gente come lui è irresistibile. Così Oscar costringe Cole, con le buone o con le cattive, a partecipare al furto. O ruba quei soldi, o Oscar lo denuncia per i suoi crimini. Cole accetta, esegue il lavoro. Ma poi incontra Sarah, interpretata da Sasha Calle, e qualcosa si spezza. La donna ha un'aria triste, uno sguardo perso, come se fosse intrappolata in una vita che non le appartiene. Cole se ne innamora. E quando scopre che quei soldi non erano di Sarah, ma di Bilson, e che Bilson non è suo padre ma un avvocato della mafia, la situazione degenera rapidamente.

Bilson, interpretato da Jeffrey Donovan, vuole indietro i suoi soldi. E se non li avrà, Sarah pagherà con la vita. Da qui, Cole si lancia in una corsa contro il tempo per restituire il denaro rubato, usando le sue capacità di hacker per racimolare la cifra necessaria. Ma il tempo stringe, e i nemici si moltiplicano. Il vero cuore del film è Dane DeHaan. Il suo Cole è inizialmente frustrante. Perché un hacker che vuole passare inosservato usa una macchina sportiva vistosa con un alettone enorme? Perché si avvicina alle case delle sue vittime senza maschere, con il volto ben visibile alle telecamere? Sembra scrittura pigra, funzionale alla trama. Ma poi capisci che non lo è. Cole sa che verrà catturato. Lo sa e lo accetta. Per lui, la prigione è un destino inevitabile, solo una questione di tempo. DeHaan vende questa consapevolezza con uno sguardo pesante, stanco, quasi rassegnato.

I suoi occhi parlano di una vita già finita, di scelte sbagliate accumulate una dopo l'altra. È un personaggio complesso, sfaccettato, che cresce su di te man mano che il film procede. Accanto a lui, Sasha Calle costruisce una Sarah credibile, anche se il suo personaggio è limitato dalla sceneggiatura. Mamoudou Athie porta intensità a Oscar, mentre Jeffrey Donovan fa il possibile con un villain che avrebbe meritato più spazio e sviluppo. In un panorama cinematografico spesso dominato da effetti speciali e spettacolarizzazione, Wardriver sceglie una strada diversa: quella della sobrietà narrativa, del realismo sporco, dei personaggi imperfetti che cercano di sopravvivere in un mondo che li ha già condannati. Non è Drive, no. Ma non vuole esserlo. E questo, alla fine, è il suo punto di forza.

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