FILM

Un'eterna festa di scheletri: in tendenza su Prime Video, il film gotico più particolare di Tim Burton

Analisi del paradosso tra vita e morte nel capolavoro in stop-motion. Perché i personaggi morti sono più vitali dei vivi.

Condividi

C'è qualcosa di profondamente ironico in Corpse Bride - La sposa cadavere, il film in stop-motion (in tendenza su Prime Video) che Tim Burton ha co-diretto con Mike Johnson nel 2005. Un paradosso che attraversa ogni fotogramma di questa favola gotica: i morti sono più vitali dei vivi. Non è solo un espediente narrativo, ma la chiave di lettura di un'opera che gioca con i contrasti cromatici, emotivi e filosofici in modo quasi sfacciato. La storia ruota attorno a Victor, un ragazzo timido e impacciato doppiato da Johnny Depp, figlio di nuovi ricchi interpretati dalle voci di Tracey Ullman e Paul Whitehouse. I genitori hanno organizzato un matrimonio combinato con Victoria, figlia di aristocratici decaduti, in un gioco di convenienze sociali che puzza di muffa tanto quanto i cadaveri che popolano la seconda metà del film. Durante le prove del matrimonio, Victor incespica nelle sue battute, si perde in un bosco spettrale e, senza volerlo, pronuncia i voti nuziali infilando l'anello su quello che crede essere un ramoscello.

È invece il dito scheletrico della sposa cadavere, una Miss Havisham in decomposizione che risorge dalla terra reclamando il suo sposo. La sposa, doppiata da Helena Bonham Carter con una voce roca e malinconica, trascina Victor nel regno dei morti. Ed è qui che Burton sfoggia il suo tocco più geniale: l'aldilà è un carnevale perpetuo, una festa dionisiaca dove gli scheletri ballano, cantano e si godono un'esistenza senza il peso delle convenzioni sociali. Hanno un occhio che rotola da una orbita all'altra, vermi che si dimenano nei crani, ossa che si staccano e si riattaccano, ma sono liberi. Tremendamente, grottescamente liberi. Nel mondo dei vivi, invece, regna una mortificante austerità. Tutto è avvolto in una nebbia crepuscolare, illuminato appena da bagliori lunari. I personaggi hanno un pallore cadaverico, una mancanza di colore nelle guance che fa pensare più a un obitorio che a una comunità.

Come notava Jonathan Miller ricordando la sua prima esperienza con i cadaveri da studente di medicina: queste persone non sembrano per niente in salute. Il contrasto non potrebbe essere più stridente: chi respira è spento, chi è morto è acceso. Burton, il cui nome compare nel titolo come marchio di fabbrica, costruisce questa dicotomia con la meticolosità tecnica della stop-motion, una tecnica artigianale che in era digitale risulta ancora più affascinante. Ogni movimento è costruito fotogramma per fotogramma, ogni espressione è il frutto di micro-aggiustamenti sui pupazzi. Il risultato è un'estetica che mescola il gotico vittoriano con l'espressionismo tedesco, condito da una vena dark-comedy che strizza l'occhio agli adolescenti gotici, quelli che uscirebbero volentieri in costume per Halloween. Le canzoni di Danny Elfman, collaboratore storico di Burton, punteggiano il film con melodie che oscillano tra il malinconico e il festoso.

C'è un dettaglio inquietante che attraversa il film come un brivido: Victor e Victoria condividono non solo le prime lettere dei nomi, ma una fragilità quasi gemellare. Questa somiglianza onomastica crea un'atmosfera che sfiora, involontariamente, l'incestuoso. Un elemento perturbante che aggiunge un ulteriore strato di ambiguità a un'opera già stratificata. Il tono del film oscilla tra lo spaventoso e il divertente, senza mai decidere completamente da che parte stare. I bambini potrebbero trovarlo troppo cupo, gli adulti forse troppo leggero. È un equilibrio precario, come un teschio che serve da cameriere (o meglio, da "head waiter", come recita la battuta in inglese). Questa indecisione stilistica è forse il limite più evidente dell'opera, che arriva dopo il trionfo meticoloso e perfettamente calibrato de La fabbrica di cioccolato.

Eppure, in questa apparente fretta produttiva, Burton dimostra ancora una volta il suo talento nel creare mondi che sfidano le convenzioni. Corpse Bride non è il suo lavoro più rifinito, ma è sicuramente uno dei più sinceri e particolari. Parla di morte con leggerezza, di amore con ironia, di vita con malinconia. E ribalta ogni aspettativa: sono i morti a insegnarci cosa significa essere davvero vivi. La sposa cadavere, con il suo occhio mancante e il verme che imita Peter Lorre scavando nel suo cranio, sussurra a Victor: "È l'occhio, vero?". Ma il problema non è mai stato estetico. È esistenziale. Nel regno dei morti non ci sono obblighi sociali, matrimoni combinati, genitori invadenti o classi da rispettare. C'è solo un'eterna festa di scheletri, i quali hanno capito una verità semplice, ma purtroppo dimenticata: la vita è troppo breve per non ballarla fino in fondo.

Continua a leggere su BadTaste