FILM

Lily Collins e Keanu Reeves in questo film su Netflix che affronta il tema dei disturbi alimentari

Marti Noxon racconta come ha dimenticato 10 anni di lotta contro l'anoressia e come questi ricordi ritrovati sono diventati il cuore di questo film su Netflix.

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Ci sono storie che restano sepolte nella memoria per anni, nascoste dietro una nebbia che protegge ma che allo stesso tempo impedisce di guardare avanti. Marti Noxon, sceneggiatrice e regista di To the Bone - Fino all'osso, ha vissuto esattamente questo: un decennio della sua vita cancellato, un vuoto che solo recentemente ha iniziato a riempirsi di ricordi dolorosi ma necessari. Quel periodo coincide con la sua battaglia contro l'anoressia, un'esperienza che ha segnato profondamente la sua esistenza e che è diventata il cuore pulsante del suo film per Netflix. Noxon ha raccontato come per anni si sia ritrovata a condividere aneddoti di quel tempo senza però avere un vero accesso ai ricordi. Un grande punto cieco nella propria biografia personale. La svolta è arrivata quando ha iniziato a lavorare a un altro progetto cinematografico che esplorava temi legati all'infanzia. Scavare in quei ricordi ha fatto da detonatore, riportando a galla immagini e sensazioni di quando era malata. È stato in quel momento che ha compreso di essere pronta a raccontare la sua storia, ma mancava ancora un elemento fondamentale: la forma narrativa giusta.

L'ispirazione è arrivata da un luogo inaspettato: The Fault in Our Stars, il romanzo e film che ha ridefinito il melodramma contemporaneo attraverso la lente del young adult. Noxon ha capito che il genere YA poteva essere il contenitore perfetto per la sua storia, proprio come aveva fatto con Buffy l'ammazzavampiri, dove aveva imparato l'importanza di trovare un framework di genere per raccontare verità universali. Ma con To the Bone voleva qualcosa di più graffiante, più onesto, con una dose maggiore di ironia rispetto al classico melodramma per adolescenti. È stato questo insight a liberarla dal vincolo autobiografico puro. Ha iniziato a inventare, a creare personaggi come Luke e situazioni come la casa di gruppo, elementi che non facevano parte della sua esperienza diretta ma che servivano a costruire una narrazione più forte e universale. Per un momento si era trovata intrappolata nella propria storia, troppo vicina per vedere le possibilità creative. Poi ha realizzato la cosa più ovvia per una sceneggiatrice: poteva inventare, non tutto doveva essere letteralmente vero.

La scelta di Lily Collins (affiancata da Keanu Reeves) per il ruolo di Ellen è stata tutt'altro che scontata. Inizialmente Noxon immaginava un'attrice con un background più sarcastico, qualcuno che portasse con sé una certa dose di cinismo nei ruoli precedenti. Collins, con la sua natura effervescente e luminosa, sembrava l'opposto di quello che cercava. Eppure, durante il loro primo incontro, è scattata una connessione immediata. Collins ha rivelato di aver avuto la propria esperienza con i disturbi alimentari e di essere in fase di recupero, un elemento che ha aggiunto uno strato ulteriore di comprensione e autenticità alla performance. Come Noxon, anche Collins vedeva il film come un'estensione del proprio percorso di guarigione, un modo per aiutare altre persone e avviare una conversazione necessaria, oltre che semplicemente realizzare un'opera cinematografica. La luce interiore di Collins si è rivelata essenziale per bilanciare il peso del personaggio di Ellen. Seguire questo personaggio per tutta la durata del film avrebbe potuto essere opprimente senza quella qualità particolare che l'attrice ha portato.

La sua capacità di calarsi completamente nel ruolo ha lasciato la regista praticamente a osservare, guidando solo leggermente una performance già straordinariamente matura. Noxon ha riflettuto anche su un tema più ampio: perché i disturbi alimentari, nonostante colpiscano milioni di persone di ogni genere ed età, rimangono un argomento così difficile da affrontare nel cinema. La sua teoria è che ci sia stata per troppo tempo una barriera all'ingresso. Non c'erano abbastanza donne con il potere di realizzare film che potessero raccontare queste storie in modo autentico. Quando venivano fatti, erano adattamenti di libri trattati come "questioni femminili" e relegati ai film per la televisione, mai considerati materiale cinematografico di primo livello. Solo di recente si è raggiunto un punto di svolta, con sufficienti persone nelle posizioni giuste disposte a dire sì a un film che trattasse questi temi con la stessa serietà di qualsiasi altro passaggio esistenziale o difficoltà umana.

Noxon non ha mai creato difensivamente, un principio che guida tutto il suo lavoro. Ha imparato da tutti i showrunner con cui ha collaborato nel corso degli anni, assorbendo lezioni diverse da ciascuno di loro. E quando pensa a Buffy l'ammazzavampiri, la serie che l'ha lanciata come sceneggiatrice e produttrice, si chiede come verrebbe accolta se debuttasse oggi, in un panorama televisivo completamente trasformato. To the Bone rappresenta per Marti Noxon molto più di un semplice film. È il risultato di un viaggio lungo un decennio attraverso i ricordi ritrovati, un atto di coraggio creativo e personale che trasforma il dolore in narrazione, l'esperienza individuale in qualcosa di universalmente riconoscibile. È la dimostrazione che a volte bisogna dimenticare per poi ricordare nel modo giusto, quando si è finalmente pronti a guardare in faccia il proprio passato e trasformarlo in arte.

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