TV

Martin Scorsese e I Soprano: perché il re dei gangster non ama la serie gangster per eccellenza

Martin Scorsese spiega perché rifiuta di guardare I Soprano: la sua critica, però, si scontra con quello che il cineasta mostra nei suoi film.

Condividi

Esiste un paradosso affascinante nel mondo del cinema e della televisione contemporanea. Da una parte c'è Martin Scorsese, maestro indiscusso del film gangster, autore di capolavori come Quei Bravi Ragazzi, Casinò e The Irishman. Dall'altra I Soprano, la serie HBO che ha ridefinito il dramma televisivo attraverso temi brillanti, personaggi metodicamente costruiti e storyline continuative. Due giganti dello stesso genere, eppure inconciliabili nella stessa conversazione.

Quando l'82enne regista italoamericano si ferma a pensare a David Chase e alla sua creazione, qualcosa non quadra. E non è solo una questione di preferenze personali o di rivalità tra medium diversi. È una dichiarazione che Scorsese ha rilasciato nel 2019, durante un'intervista con il British Film Institute, e che continua a far discutere sei anni dopo, nonostante la sua logica sia quantomeno discutibile.

Nel corso di quella conversazione incentrata su The Irishman, il suo ultimo grande affresco sulla criminalità organizzata americana, Scorsese è stato invitato a confrontare il suo approccio alla violenza con quello di Quei Bravi Ragazzi e de I Soprano. L'intervistatore ha suggerito che nel nuovo film "la violenza è rappresentata diversamente", che "non puoi semplicemente goderti la violenza" perché "il costo morale viene conteggiato mentre la violenza viene vissuta".

I Soprano - HBO

Una riflessione interessante, che il regista ha colto al volo per tracciare una linea di demarcazione netta. "Sì, esattamente. Penso sia questo ciò a cui stavo cercando di arrivare, senza verbalizzarlo", ha risposto Scorsese. "Vivere una vita così si paga, tutti pagano. Tutti intorno a lui e a lei, tutti pagano. Quindi non è una vita glamour, davvero non lo è".

Fin qui nulla di strano. Ma poi è arrivata la stoccata che ha lasciato perplessi critici e appassionati: "Penso di aver visto solo un episodio de I Soprano, per esempio, perché non riesco a identificarmi con quella generazione del sottobosco criminale. Vivono nel New Jersey con case enormi? Non lo capisco. Usano un linguaggio volgare davanti alle loro figlie, a tavola? Non lo capisco. Semplicemente non sono cresciuto in quel modo".

I Soprano ha ridefinito la televisione drammatica esattamente come Scorsese ha fatto con il cinema gangster: attraverso temi brillanti, personaggi metodicamente costruiti e narrazione continua. La serie ha portato sullo schermo piccolo la complessità psicologica, la ricchezza tematica e la profondità morale che prima erano considerate appannaggio esclusivo del grande schermo.

I Soprano - HBO

Tony Soprano, interpretato dall'indimenticabile James Gandolfini, è un personaggio altrettanto sfaccettato e contraddittorio rispetto ai protagonisti dei film di Scorsese. Un uomo diviso tra la brutalità del suo lavoro e l'amore per la famiglia, tra la terapia psicologica e gli omicidi a sangue freddo, tra la nostalgia per un mondo che non esiste più e l'incapacità di adattarsi a quello presente.

La critica di Scorsese alle "case grandi nel New Jersey" suona particolarmente strana se si considera che i suoi film hanno sempre mostrato il crimine come una via verso il lusso sfrenato. Da Henry Hill che passa dalla povertà alle giacche su misura in Quei Bravi Ragazzi, fino ai mobster di Il Padrino che vivono in tenute sontuose, il gangster cinematografico ha sempre abitato spazi che riflettono il suo potere economico.

Quanto all'uso di un linguaggio volgare davanti ai figli, anche questo è un elemento ricorrente nei film di gangster, Scorsese incluso. La normalizzazione della violenza e della volgarità all'interno della famiglia criminale è proprio uno dei temi centrali del genere, un modo per mostrare come il crimine permei ogni aspetto della vita, contaminando anche gli spazi che dovrebbero essere sacri.

I Soprano - HBO

La verità è che questa polemica, nata sei anni fa e ancora dibattuta oggi, rivela forse più un conflitto generazionale e mediale che una reale divergenza artistica. Scorsese appartiene a una generazione di cineasti che hanno visto nella televisione un medium inferiore, una minaccia al primato culturale del cinema. I Soprano, insieme ad altre serie come The Wire o Breaking Bad, hanno dimostrato che la serialità televisiva può raggiungere vette artistiche paragonabili, se non superiori, a quelle del cinema.

L'intervista del 2019 arrivava in un momento significativo: Scorsese stava promuovendo The Irishman, un film distribuito da Netflix, proprio quella piattaforma streaming che ha contribuito a sfumare i confini tra cinema e televisione. Il regista si trovava quindi in una posizione paradossale: da un lato criticava la televisione rappresentata da I Soprano, dall'altro abbracciava il nuovo ecosistema digitale.

Ciò che rende questa controversia così affascinante è proprio la sua natura contraddittoria. Due maestri dello stesso genere, separati dal medium ma accomunati da temi, stili e obiettivi narrativi simili. Entrambi hanno esplorato la violenza non come spettacolo fine a se stesso, ma come specchio di una società e di un sistema di valori corrotto. Entrambi hanno creato personaggi indimenticabili, moralmente ambigui, umanamente complessi.

I Soprano - HBO

Forse la vera questione non è se I Soprano siano all'altezza di Quei Bravi Ragazzi o The Irishman, ma se il cinema e la televisione debbano necessariamente competere o possano invece coesistere, arricchendosi a vicenda. David Chase, creatore de I Soprano, ha sempre riconosciuto il debito della sua serie verso Scorsese e i grandi film gangster. La differenza è che lui ha saputo trasformare quell'eredità in qualcosa di nuovo, adatto al formato seriale e alle possibilità narrative offerte dalla televisione.

I Soprano non ha sostituito i film gangster di Scorsese, li ha integrati ed espansi. Ha dimostrato che le storie sulla criminalità organizzata possono reggere non solo due ore di narrazione cinematografica, ma ottantasei episodi di approfondimento psicologico, sociale e culturale. Ha portato milioni di spettatori a interrogarsi sulle stesse questioni morali che Scorsese ha sempre posto nei suoi film: cosa significa vivere una vita violenta? Qual è il prezzo del potere? La famiglia può davvero essere separata dal crimine quando il crimine è il business di famiglia?

Sei anni dopo quella intervista, il dibattito continua. E forse è proprio questo il segno che tanto I Soprano quanto i film di Scorsese hanno raggiunto lo stesso obiettivo: creare opere che non si limitano a intrattenere, ma che provocano, sfidano e continuano a far discutere molto tempo dopo la loro uscita. Due modi diversi di raccontare lo stesso mondo, entrambi validi, entrambi necessari.

Continua a leggere su BadTaste