Marty Supreme: il trucco prostetico estremo di Timothée Chalamet che non gli faceva vedere nulla
Josh Safdie ha trasformato Timothée Chalamet in Marty Supreme con 5 protesi facciali e lenti +10 che lo hanno reso quasi cieco.
Quando pensi a Timothée Chalamet, l'immagine che ti viene in mente è probabilmente quella di un volto perfetto, quasi etereo, scolpito per il grande schermo. Eppure in Marty Supreme, il film di Josh Safdie, quel volto è stato completamente stravolto. Non parliamo solo di un cambio di look superficiale, ma di una trasformazione radicale che ha richiesto cinque protesi facciali, un'ora di trucco quotidiana e una scelta registica così estrema da lasciare l'attore letteralmente incapace di vedere chiaramente durante le riprese.
Mike Fontaine, il prosthetic makeup designer candidato ai Makeup and Hair Stylists Guild Awards e nella shortlist agli Oscar, spiega la filosofia dietro la trasformazione: "Non avrebbe avuto senso far calare Timothée in quel mondo facendolo sembrare una stella del cinema perfettamente curata". Josh Safdie sapeva esattamente cosa voleva. Cicatrici da acne, cheloidi, segni che suggerissero risse passate. Il volto di Marty doveva parlare prima ancora che aprisse bocca.
La sfida per Fontaine e il suo team non era solo creare le protesi, ma renderle invisibili. Dovevano integrarsi così perfettamente con la pelle di Chalamet da risultare parte di lui, non un effetto speciale da ammirare. Per questo, prima dell'inizio delle riprese vere e proprie, sono stati condotti test estensivi con il direttore della fotografia Darius Khondji. Le prove su set sono state fondamentali: dopo aver visionato i primi filmati insieme a Chalamet e Safdie, Fontaine si è reso conto che il makeup era troppo marcato, troppo presente. Ha dovuto riscolpire e rifare tutto da capo.
Il risultato finale prevedeva cinque protesi applicate ogni giorno sul volto dell'attore. Due pezzi grandi coprivano le guance per creare la texture di una pelle segnata dall'acne. Una protesi più evidente sul zigomo disegnava una cicatrice profonda su un lato del viso. Due pezzi più piccoli aggiungevano cicatrici sotto il labbro. E infine, una lunga cicatrice sotto il mento completava il ritratto di un ragazzo che ha vissuto duro. In una scena, Marty salta da una finestra e scende rapidamente da una scala antincendio per sfuggire alla polizia. Guardando quella sequenza, come nota Fontaine, "hai la sensazione che forse non è la prima volta che lo fa. Probabilmente ha preso qualche caduta, qualche colpo".
Durante le intense partite di ping-pong che punteggiano il film, Fontaine doveva anche "inzuppare Timothée di sudore finto", aggiungendo un ulteriore strato di realismo fisico a quelle sequenze sportive. Ma è la scelta più radicale di Safdie a rivelare quanto il regista sia disposto a spingersi per l'autenticità. Non si è accontentato di occhiali da vista scenici. Ha voluto distorcere realmente la visione di Chalamet. Il piano era questo: inserire lenti a contatto +10 negli occhi dell'attore per rendere tutto sfocato, e poi aggiungere occhiali con lenti -10 davanti a esse. Il risultato ottico creava l'illusione che gli occhi di Marty fossero davvero piccoli e ravvicinati, ma soprattutto significava che quando gli occhiali cadevano durante una scena, Chalamet non poteva letteralmente vedere nulla.
Safdie ha raccontato a Variety l'episodio della prova. Dopo aver indossato le lenti +10, Chalamet lo ha chiamato: "Ho le +10 dentro adesso, e sono piuttosto stordito". L'attore ha descritto la sensazione come essere "in una boccia per pesci", una distorsione totale della percezione spaziale. Eppure, fedele alla sua reputazione di performer totalmente dedicato, Chalamet non ha esitato: "Farò qualsiasi cosa tu mi chieda di fare", ha detto al regista.
Questa scelta non è solo un capriccio registico. È una strategia per estrarre una performance autentica. Quando un attore non può davvero vedere, quando deve muoversi in uno spazio con quella limitazione concreta, qualcosa cambia nel suo corpo, nelle sue reazioni, nella sua presenza. Non sta fingendo di essere miope, lo è davvero in quel momento. E quella verità fisica si traduce in verità cinematografica.