TV

Matthew Rhys nella serie Netflix che è già diventata un classico fra i thriller psicologici

Il thriller psicologico Netflix destinato a diventare un classico. Analisi della serie.

Condividi

Nel panorama affollato delle serie televisive, dove ogni settimana spuntano nuove produzioni destinate a essere dimenticate nel giro di qualche mese, capita raramente di imbattersi in qualcosa che lascia il segno. The Beast in Me, thriller psicologico Netflix debuttato nel novembre 2025, sembra destinato a diventare uno di quei titoli che gli appassionati del genere continueranno a consigliare per anni. E la conferma è arrivata in modo inaspettato: nonostante fosse stata concepita come miniserie, Netflix ha annunciato il rinnovo per una seconda stagione, premiando una produzione che quasi un anno dopo il lancio continua a meritare attenzione. Al centro della storia troviamo Aggie Wiggs, interpretata da Claire Danes, una scrittrice reclusa che ha conquistato fama e riconoscimenti con un memoir incentrato sul complesso rapporto con il padre. Ma il successo letterario non ha portato serenità: Aggie fatica a scrivere il suo secondo libro, intrappolata in un blocco creativo generato da una tragedia del passato.

A complicare ulteriormente la situazione ci sono una dipendenza dall'alcol sempre più marcata e il desiderio disperato di riconquistare la ex moglie Shelley, interpretata da Natalie Morales. La vita già precaria di Aggie subisce una scossa definitiva quando nella casa accanto si trasferisce Nile Jarvis, personaggio interpretato da Matthew Rhys con una intensità che gli è valsa un Emmy quest'anno. Nile non è un vicino qualunque: figlio di un magnate immobiliare, porta con sé un passato ingombrante e una reputazione sinistra. È stato accusato di aver ucciso la prima moglie, e sebbene non sia mai stato condannato, l'ombra del sospetto continua a seguirlo. Ora vive con la seconda moglie Nina, interpretata da Brittany Snow, in quello che appare come un tentativo di ricominciare da capo. Per Aggie, affascinata dalle storie oscure e alla disperata ricerca di materiale per il nuovo libro, Nile diventa un'ossessione.

Decide di farne il soggetto del suo prossimo lavoro, avvicinandosi pericolosamente a un uomo che potrebbe essere un assassino. Questa scelta la trascina in una spirale di manipolazione psicologica, segreti e ambiguità morale che costituisce il cuore pulsante della serie. Ciò che rende The Beast in Me particolarmente efficace è la sua capacità di giocare con le percezioni dello spettatore. Nessun personaggio è completamente affidabile, e Aggie stessa, con i suoi blackout alcolici e la sua prospettiva alterata, si rivela una narratrice inaffidabile. La serie ci porta a chiederci costantemente: Nile ha davvero ucciso la prima moglie. E se sì, perché Aggie continua ad avvicinarsi a lui. Ma anche: fino a che punto possiamo fidarci della versione dei fatti che ci viene presentata. La narrazione si sviluppa attraverso flashback che esplorano i passati sia di Aggie che di Nile, costruendo un mosaico in cui ogni tessera aggiunge profondità e complessità. La struttura narrativa non procede in modo lineare, ma piuttosto a spirale, rivelando gradualmente nuovi strati di verità e menzogna.

Ogni episodio degli otto totali della prima stagione aggiunge un tassello, mantenendo la tensione costantemente alta senza mai cedere alla tentazione di offrire risposte facili. Il lavoro degli attori rappresenta uno dei punti di forza principali. Matthew Rhys, che ha già dimostrato la sua versatilità vincendo un altro Emmy quest'anno per il ruolo completamente diverso in Widow's Bay, costruisce un Nile Jarvis terrificante nella sua ambiguità. Non è il cattivo monodimensionale che ci si potrebbe aspettare: è affascinante, intelligente, vulnerabile quando serve, ma sempre con qualcosa di inquietante che si muove sotto la superficie. Rhys riesce a comunicare emozioni complesse con minime variazioni nell'espressione facciale, rendendo impossibile decifrare fino in fondo le sue intenzioni.

The Beast in Me è entrata nella competizione degli Emmy come miniserie, ottenendo nove nomination che includevano quelle per Rhys, Danes e per la categoria Outstanding Limited Series. Il successo critico ha evidentemente convinto Netflix a trasformare quella che era stata concepita come storia autoconclusiva in una serie continuativa. Questa decisione, per quanto possa sembrare una strategia discutibile dal punto di vista della competizione ai premi, rappresenta comunque una buona notizia per gli spettatori che potranno esplorare ulteriormente questo mondo. La qualità della serie non diminuisce con il tempo. Anzi, alcuni thriller psicologici migliorano con la rilettura, quando si possono cogliere indizi e dettagli che al primo passaggio erano sfuggiti. The Beast in Me possiede proprio questa caratteristica: è una di quelle produzioni che invogliano a una seconda visione per cogliere tutte le sfumature della costruzione narrativa.

Continua a leggere su BadTaste