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Milo Ventimiglia e Zachary Quinto nella serie che poteva rivoluzionare i supereroi, da vedere su Netflix

Heroes aveva tutto per eguagliare Lost, ma dopo una prima stagione perfetta si è autodistrutta. Analisi di un'occasione mancata della TV degli anni 2000.

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Nel panorama televisivo degli anni 2000, Lost aveva ridefinito le regole del gioco. L'odissea dei sopravvissuti del volo Oceanic 815 era diventata un fenomeno globale, un appuntamento settimanale capace di generare teorie, dibattiti e un coinvolgimento emotivo senza precedenti. Ma c'era un'altra serie, nata appena due anni dopo il debutto di Lost, che aveva tutte le carte in regola per raggiungere, se non superare, quello stesso livello di successo culturale. Quella serie si chiamava Heroes e ora è disponibile su Netflix.

Non erano solo eroi con superpoteri: erano genitori single che cercavano di crescere i propri figli, giovani adulti in crisi esistenziale, adolescenti alle prese con i tipici drammi scolastici, scienziati divorati dalla vendetta. Erano persone normali che scoprivano di essere straordinarie. La prima stagione di Heroes rappresentò un momento rivoluzionario per la televisione.

Aveva tutti gli elementi che rendevano avvincente un film Marvel o DC: l'eroe che scopre il proprio destino, la promessa di un team-up epico nel finale, il villain inquietante con una bussola morale sempre più compromessa. Ma a differenza delle pellicole cinematografiche, Heroes aveva il tempo e lo spazio per esplorare davvero i suoi personaggi, per farli respirare, crescere, soffrire.

Il personaggio di Peter Petrelli incarnava perfettamente questo equilibrio. Interpretato da Milo Ventimiglia (che non pensa che Heroes tornerà sugli schermi), Peter trascorse l'intera prima stagione imparando a controllare i poteri che assorbiva dagli altri, un percorso di crescita che lo portò ad essere abbastanza forte da affrontare Sylar, l'antagonista principale. Era una narrazione classica dell'eroe, ma resa profondamente umana dalle sue insicurezze, dai suoi legami familiari complessi, dalla sua ricerca di uno scopo.

Accanto alla caratterizzazione profonda dei personaggi, Heroes iniettava dosi massicce di mistero: organizzazioni oscure che sembravano sapere più di quanto lasciassero intendere, una timeline distopica ambientata cinque anni nel futuro, la promessa di un villain ancora più pericoloso di Sylar. Erano gli stessi elementi che rendevano Lost irresistibile, applicati con maestria al genere supereroistico.

Se Heroes avesse mantenuto questo standard qualitativo, il suo posto nella storia della televisione sarebbe stato assicurato accanto a Lost. Sarebbe stata ricordata come un punto di svolta cruciale nell'evoluzione della serialità moderna, come il ponte tra i supereroi dei fumetti e quelli che avrebbero dominato cinema e streaming nel decennio successivo. Ma non andò così. La prima stagione di Heroes era stata pensata come un arco narrativo largamente autosufficiente.

I personaggi completavano percorsi ben definiti dal primo all'ultimo episodio. Questo approccio, seppur soddisfacente per il pubblico, lasciò la seconda stagione di fronte a una sfida enorme: riportare quei personaggi a una sorta di "punto di partenza" e trovare nuovi percorsi credibili per ciascuno di loro.

Il problema si rivelò particolarmente spinoso con Peter Petrelli. Un eroe che possedeva tutti i poteri semplicemente non funzionava a lungo termine dal punto di vista narrativo. Come puoi creare tensione o pericolo per un personaggio praticamente onnipotente? La soluzione fu una serie di manovre narrative sempre più imbarazzanti: Peter che dimenticava i suoi poteri, che li perdeva completamente, che li riacquistava ma poteva usarne solo uno alla volta.

Ogni aggiustamento sembrava un passo indietro rispetto alla coerenza della prima stagione. Ma il vero problema era più profondo. Gran parte del fascino originale di Heroes derivava dall'osservare persone ordinarie confrontarsi con l'acquisizione di superpoteri. Era il viaggio dalla normalità alla straordinarietà a catturare l'immaginazione degli spettatori. Dalla seconda stagione in poi, questi personaggi non erano più ordinari e non stavano più scoprendo chi erano. Il fascino iniziale era inevitabilmente svanito.

La prima stagione di Heroes, tuttavia, rimane una delle esperienze televisive più complete e soddisfacenti mai realizzate. Ventitré episodi di narrazione praticamente perfetta, un equilibrio miracoloso tra azione, dramma, mistero e umanità. È un progetto che vale la pena riscoprire o scoprire per la prima volta, una capsula temporale di un'epoca in cui la televisione stava sperimentando con audacia e il genere supereroistico non aveva ancora codificato le proprie regole. Forse Heroes non è diventata Lost. Ma per una stagione splendente, è stata qualcosa di altrettanto speciale: sé stessa, nella sua forma migliore e più pura. E a volte, una sola stagione perfetta vale più di dieci stagioni mediocri.

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