Nel 1995, John Singleton raccontava il campus come un campo di battaglia, in questo cult su Netflix
Analisi del film di John Singleton in cui il campus universitario è un campo di battaglia tra tensioni razziali, identità e violenza negli anni Novanta.
Nel gennaio del 1995, quando John Singleton presentò al pubblico il suo terzo lungometraggio, il cinema americano mainstream raramente si avventurava in territori così densi e scivolosi. Higher Learning - L'università dell'odio (disponibile su Netflix) non è un film semplice da catalogare, né tantomeno da digerire. È un'opera che si carica sulle spalle un peso enorme: parlare di tensione razziale, identità sessuale, responsabilità personale, pensiero critico e correttezza politica, il tutto ambientato in un campus universitario che dovrebbe rappresentare un santuario del sapere ma si rivela invece una giungla dove sopravvivere è la prima preoccupazione. La Columbus University immaginata da Singleton è un microcosmo dell'America multietnica degli anni Novanta, un laboratorio sociale dove le matricole appena arrivate vengono immediatamente categorizzate, separate, spinte a schierarsi.
Il percorso di Malik si intreccia con quello di Monet, interpretata dalla vivace Regina King, una corridora che diventa la sua musa e la sua motivazione, sia in pista che fuori. È una relazione che offre al personaggio di Epps una direzione, un ancoraggio emotivo in un ambiente ostile. Kristen, invece, vive un trauma che la segnerà per sempre: entra nel giro delle confraternite, si ubriaca, viene violentata. Il film non indulge nella rappresentazione dell'orrore, ma ne mostra le conseguenze psicologiche. A consolarla arriva Taryn, interpretata da Jennifer Connelly, figura materna e protettiva che gestisce un'organizzazione studentesca contro il sessismo. L'incertezza sessuale di Kristen è resa con una delle sequenze stilisticamente più audaci del film: lei a letto, che esprime i suoi dubbi mentre Taryn e Wayne, il suo potenziale fidanzato, sembrano scambiarsi di posto quasi nello stesso piano. Un montaggio onirico, straniante, che comunica visivamente la confusione interiore.
Ma è con Remy che il film prende una piega più oscura. Incapace di trovare il suo posto in qualsiasi gruppo del campus, questo ragazzo solo cade nella rete di un piccolo gruppo di suprematisti bianchi che leggono ad alta voce il Mein Kampf e alimentano un risentimento che Remy nemmeno sapeva di avere. Come parte di un mosaico più ampio, questa storyline avrebbe potuto funzionare. Ma Singleton, nell'atto finale, decide di concentrarsi quasi esclusivamente su di lui e sui suoi antagonisti neri. Le scene con i discepoli della Nazione Ariana sono girate con ombre pesanti e musiche minacciose, un registro visivo completamente diverso dal resto del film. E quando Remy imbraccia un fucile e si dirige verso il campus con l'intenzione di sparare a una persona nera per dimostrare il suo impegno verso i suoi nuovi amici, ogni sfumatura scompare, travolta dal melodramma.
Il cast regge bene il peso di queste tematiche. Epps, Swanson e Rapaport comunicano efficacemente l'immaturità, il dolore e il dubbio dei loro personaggi, anche se non scavano fino alle profondità psicologiche. Ice Cube, nei panni di uno studente perenne che fa da guru attitudinale e attivista provocatorio per i ragazzi neri più giovani, porta sullo schermo tutta la sua presenza scenica. Cole Hauser, come lo skinhead che recluta Remy, ha un modo di pronunciare le battute che inquieta, rendendolo memorabile. Higher Learning ha moltissimo da dire, forse troppo per riuscire a gestirlo tutto con equilibrio. È un film imperfetto, a tratti frustrante, ma rimane una delle poche opere hollywoodiane di metà anni Novanta disposte a sporcarsi le mani con questioni vere, urgenti, scomode. Singleton voleva scuotere il pubblico giovane, dargli qualcosa in cui affondare i denti. E per buona parte del film ci riesce. Peccato che, alla fine, abbia scelto il rumore di un fucile invece del potere delle parole.