Oscar 2026: la vittoria di Timothée Chalamet potrebbe sfumare (e il motivo è insolito)

A pochi giorni dalla chiusura delle votazioni per gli Oscar 2026, la vittoria di Timothée Chalamet potrebbe sfumare per un motivo particolare.

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A 30 anni, l'ormai celebre Timothée Chalamet sembrava avere tutto dalla sua parte: successo al botteghino, premi della critica, narrazione perfetta. Eppure qualcosa si è incrinato. Tra indiscrezioni su un certo fastidio verso la sua sicurezza ostentata e segnali arrivati dai premi di categoria, la corsa al Miglior attore protagonista è diventata improvvisamente incerta.

Il punto di partenza è il peso specifico della candidatura. Per il secondo anno consecutivo Chalamet è in corsa come miglior attore protagonista: l’anno scorso aveva perso per A Complete Unknown contro Adrien Brody (vincitore per The Brutalist), mentre quest’anno torna con Marty Supreme, film rivelazione della stagione. La pellicola ha superato i 173 milioni di dollari nel mondo, diventando il più grande successo commerciale nella storia di A24, sia negli Stati Uniti sia a livello globale. Anche A Complete Unknown aveva ottenuto risultati simili, mentre blockbuster come Dune e Wonka avevano già consolidato il suo status di star capace di unire critica e pubblico.

I riconoscimenti iniziali sembravano confermare il suo ruolo di favorito: vittoria ai Golden Globe e ai Critics’ Choice Awards, recensioni eccellenti, nove nomination complessive per Marty Supreme (tra cui film, regia, sceneggiatura e attore). Inoltre Chalamet è candidato anche come produttore nella categoria Miglior film, segno di un coinvolgimento creativo sempre più ampio.

Timothée Chalamet in Marthy Supreme, fonte: A24

Poi però sono arrivati i segnali d’allarme. Né i BAFTA né il sindacato degli attori (SAG-AFTRA) gli hanno assegnato il premio. Storicamente è un dato pesante: l’ultimo attore capace di vincere l’Oscar dopo aver perso sia BAFTA sia SAG è stato George Clooney per Syriana, circa vent’anni fa. Un precedente raro. La vittoria ai SAG di Michael B. Jordan, arrivata mentre le votazioni per gli Oscar erano ancora aperte, ha rafforzato l’idea di un sorpasso possibile proprio sul filo di lana.

A rendere la situazione ancora più delicata c’è la percezione personale dell’attore. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, alcuni membri dell’Academy avrebbero trovato la sua “swagger”, la sua sicurezza quasi provocatoria, poco gradita. L’etichetta di “irritante” o “presuntuoso” è circolata con insistenza. Chalamet ha più volte dichiarato apertamente di voler vincere l’Oscar, rompendo una regola non scritta di moderazione che tradizionalmente caratterizza le campagne più efficaci.

La sua strategia promozionale è stata infatti tutto fuorché convenzionale. Per l’ultimo Q&A davanti a membri dell’Academy ha scelto di partecipare al podcast cestistico Mind the Game, condotto dalle leggende NBA LeBron James e Steve Nash. Ha evitato parte della stampa tradizionale, preferendo conversazioni lunghe e informali con personalità lontane dal circuito classico degli awards. È comparso in video musicali legati al suo presunto alter ego rap, ha organizzato iniziative virali, ha mescolato promozione e performance in modo meta-cinematografico. Per una generazione più giovane di spettatori, questa libertà comunicativa è percepita come autentica e stimolante; per una parte dell’industria, invece, potrebbe apparire eccessiva.

Marty Supreme - I Wonder Pictures

Esiste anche una questione anagrafica. In quasi un secolo di storia degli Oscar, solo un uomo ha vinto il premio come miglior attore prima dei 30 anni: Adrien Brody per The Pianist. Al contrario, più di trenta attrici hanno conquistato la statuetta prima dei 30. Star come Leonardo DiCaprio o Will Smith hanno dovuto attendere i 40 o i 50 anni dopo numerose candidature. Se Chalamet vincesse, diventerebbe il secondo più giovane di sempre nella categoria maschile: un segnale di cambiamento che non tutti potrebbero essere pronti ad accogliere.

Il confronto con Michael B. Jordan è emblematico. Anche lui rappresenta un successo commerciale originale e ha guidato franchise di grande impatto come Creed, ma è più grande di circa dieci anni, ha seguito una campagna più tradizionale e non aveva mai ricevuto una nomination agli Oscar prima di quest’anno. Per una parte dell’Academy, questo profilo può risultare più familiare e rassicurante. Restano in corsa anche Leonardo DiCaprio e Wagner Moura, mentre Ethan Hawke appare più defilato.

Il paradosso è evidente: Chalamet incarna esattamente il tipo di star di cui Hollywood sostiene di avere bisogno, capace di riportare pubblico in sala anche con progetti rischiosi o non legati a franchise consolidati. Sta ancora promuovendo Marty Supreme nei mercati internazionali, da Tokyo a Pechino, con un’uscita su oltre 800 schermi nel fine settimana. Eppure proprio questa forza, questa visibilità totale e questa consapevolezza del proprio valore potrebbero trasformarsi in un ostacolo.

Marty Supreme - I Wonder Pictures

La vera domanda, dunque, non è solo se Chalamet vincerà o perderà. È se l’Academy sia pronta a premiare una nuova idea di divo: meno deferente, più diretto, più padrone del proprio racconto pubblico. Se la risposta sarà sì, il 15 marzo potrebbe segnare un passaggio generazionale. Se sarà no, il messaggio sarà altrettanto chiaro: a Hollywood, le vecchie regole contano ancora.

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