L’agente segreto, la recensione: il film che trasforma la dittatura in un incubo carnevalesco

Tra Carnevale, corpi e memoria, L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho racconta la dittatura brasiliana come un incubo postmoderno, tra politica, orrore e umanità.

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Comincia con una didascalia in cui il Brasile del 1976, nel brutto mezzo di una dittatura militare che sarebbe finita solo dieci anni dopo, viene descritto ironicamente come «pieno di dispetti», mentre sullo sfondo c’è un cadavere immerso nel deserto, coperto da un cartone. L’agente segreto, il film brasiliano che a Cannes ha conquistato giuria e spettatori prima di diventare uno dei seri candidati ai premi Oscar, possiede questa dimensione di distacco che troviamo in molto cinema di ricerca e “d’avanguardia” latinoamericano di oggi. Non è satira né parodia, ma un modo postmoderno di ampliare i racconti, sia nella struttura sia nei temi, come se le storie germogliassero l’una dentro l’altra.

Il Brasile e le comunità in pericolo

Il film, diretto da Kleber Mendonça Filho, usa questa pratica in modo meno radicale rispetto ai film argentini di Pampero Cine, ma più funzionale alla restituzione di un’atmosfera: quella di un carnevale brasiliano che conta 91 morti e che, tra le maschere, cela le vittime della politica. In questo contesto seguiamo le vicende di Armando (Wagner Moura, vincitore del Golden Globe e della Palma a Cannes), che si trasferisce in incognito a Recife per ricongiungersi con il figlio, affidato ai suoceri dopo la morte della moglie. L’uomo è un nemico del regime e di un ricco imprenditore che vuole vendicarsi di lui.

Nella ricchissima sceneggiatura scritta dallo stesso Mendonça, la storia di Armando si svela passo dopo passo e si mescola a quelle di altri dissidenti, radunati in un condominio gestito da Dona Sebastiana (una magnifica Tânia Maria), tornando sul tema prediletto dal regista: quello del luogo architettonico e culturale in cui cementare o distruggere una comunità, l’idea stessa di società (condomini e residenze erano al centro di Il suono intorno e Aquarius, la comunità di Bacurau). Quel collettivo improvvisato di persone che hanno dovuto cambiare nome e inventarsi identità per fuggire dagli sgherri del regime dei Gorillas – altra dicitura che pare uscire dal carnevale – è un microcosmo brasiliano che il regista racconta con affetto e dal quale nascono i germi di possibili storie che il film accenna soltanto.

L'umano dietro l'orrore

Ciò che interessa prevalentemente a L’agente segreto, oltre alla vicenda inventata e al contrasto con la vera repressione politica, all’impunità di coloro che al regime erano affini e fedeli, è usare la politica per scandagliare l’uomo, non il contrario: ogni sottotrama che si apre, ogni flashback e ogni digressione, per quanto paradossali possano sembrare, dicono qualcosa dei personaggi che le vivono o le raccontano, arricchiscono l’affresco umano fatto di memorie, ricordi perduti e ricercati, nostalgie che diventano voglia di verità e non, come avviene comunemente, luoghi in cui annullare la realtà.

La politica passa, i regimi cadono se il cielo vuole, ma le persone restano e con loro le radici che hanno costruito: Mendonça va alla ricerca di queste radici, che possono essere i documenti di una madre morta, il suono di una voce perduta, una storia sgradevole di cui ci si vergogna, una storia dell’orrore con cui il governo cela la verità. Lo fa perché ognuna di queste, generando una porzione di film, un’invenzione o un ricordo, permette alla Storia e alla memoria di nutrirsi senza confondersi.

La violenza e la complessità

L’agente segreto è, come i migliori film contemporanei, romanzesco che si fa immagine tramite il gusto per la costruzione filmica e che trova la sua chiave cinematografica nella meraviglia dell’orrido, nel corpo morto come memento e paradosso: la gamba pelosa che fa da filo conduttore al Carnevale, il cadavere dell’incipit, gli obitori e le pallottole che sfigurano le persone nel tambureggiante crescendo finale. Corpi che sono sintomo della violenza e simbolo di chi l’ha subita.

Mendonça non ha paura della complessità, dell’irrisolto, dell’ellissi o dell’eccesso di racconto, perché sa come sfaccettarli, sa come far respirare la forma eclettica dell’opera e il mistero atroce di cui si nutre. Strano che a Hollywood abbiano gradito un film tanto originale e inusuale.

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