Oscar 2026 Miglior Film: il mondo in dieci film
Tra blockbuster, cinema d’autore e sorprese internazionali: da Paul Thomas Anderson a Ryan Coogler, passando per Lanthimos, Trier e Del Toro. Pronostici, esclusi eccellenti e il possibile vincitore della notte degli Academy Awards.
Ricordiamolo: il titolo di miglior film ai premi Oscar è quello che va alla miglior produzione. Il miglior film non è un merito meramente artistico, come potremmo pensare in Europa, ma riconosce un’arte che è innanzitutto industria e che, attraverso i gangli di un meccanismo economico e commerciale, crea — nei casi migliori — arte e cultura, pensiero e sguardo sul mondo. Nel peggiore dei casi, possiamo accontentarci dello spettacolo.
Non a caso, il premio viene assegnato e ritirato proprio dai produttori, ossia da coloro che permettono al film di nascere, svilupparsi, formarsi e crescere fino a diventare un’opera compiuta: cercano i soldi, certo, ma soprattutto mettono in connessione creativa le forze che poi realizzano il film.Da qualche anno a questa parte l’Academy non premia più soltanto coloro che danno lustro a Hollywood — i colossi e i film che riflettono l’istituzione stessa — ma si è aperta prima alle forze indipendenti, ormai sempre più agguerrite anche economicamente, ormai alla stregua delle major (tra cui contiamo anche i colossi dello streaming), e soprattutto ai film internazionali che fino a poco tempo fa non avevano la minima chance di concorrere a premi che non fossero quello per il miglior film internazionale.
Quest’anno è uscita fuori una decina, a suo modo armoniosa, capace di inquadrare lo stato delle cose nel cinema statunitense e in quello art house: composta da buoni e ottimi film, e almeno da un capolavoro. Opere che giocano con il gusto dello spettatore, con le sue attese, con lo spettacolo e con il pensiero.I CANDIDATI
Bugonia — Yorgos Lanthimos
Uno dei titoli in gara che trasfigura l’attualità con le armi del grottesco, del sarcasmo e della satira: un Lanthimos in versione grand public, per quanto possibile, sorretto da una verve puntuta, dalla voglia di andare fino in fondo alle provocazioni e da due grandi interpretazioni. L’esclusione di Jesse Plemons dalle nomination grida vendetta — e lo farà per molto tempo.
F1 – Il film — Joseph Kosinski
La prova di quanto si diceva sul senso del premio come celebrazione del produttore: questo è un film di produzione, di spettacolo, di politica del cinema, che però dietro lo spettacolo raffigura con ironia il mito dell’eroe a stelle e strisce. Sembra un po’ il pesce fuor d’acqua dell’anno, ma è un pesce che fa piacere guardare.
Frankenstein — Guillermo del Toro
Il kolossal dell’annata, progetto del cuore del regista messicano che ha potuto realizzarlo grazie a Netflix. Opera che parte da Shelley e la usa felicemente per mescolare spettacolo titanico, sensibilità contemporanea e riflessioni sul ruolo del padre e sull’affetto come crescita e comprensione. Ma soprattutto un’idea di cosa sia un film e di come si faccia: artigianalità alla massima potenza — allo stato dell’arte, verrebbe da dire — come è raro vedere oggi.
Hamnet — Chloé Zhao
Una delle rivelazioni dell’anno, cresciuta grazie al passaparola: la tragedia shakespeariana come filigrana di un dramma intimo che diventa punto di congiunzione tra la rarefazione radicale del primo cinema dell’autrice e la sua voglia di aprirsi a un pubblico più ampio. Quel finale e quegli attori ne sono il suggello.
Marty Supreme — Josh Safdie
Le corse per gli Oscar sono così: parti tra i favoriti e poi, al primo ostacolo, cominci a inciampare e perdi terreno. Era l’outsider più accreditato, ma tra una campagna giocata quasi esclusivamente su Chalamet lasciato senza freni e qualche storiaccia dietro le quinte della produzione, rischia di fare la fine degli ultimi Scorsese: uscire a mani vuote. Peccato, perché è un signor film, prova di un talento scintillante.
Una battaglia dopo l’altra — Paul Thomas Anderson
Per chi scrive, il capolavoro dell’annata: un film d’azione che è anche una satira politica, che è anche un dramma paterno, che è anche un lancinante sguardo sul presente. Ed è anche un abbacinante saggio di pensiero cinematografico, di potenza registica, di espressione filmica attraverso la lingua della settima arte.
L’agente segreto — Kleber Mendonça Filho
Film densissimo e caleidoscopico, che contiene storie, ritratti, strappi di realismo e surrealismo latino, spionaggio e dramma storico. È il film che non ci sarebbe mai stato se l’Academy non fosse profondamente cambiata negli ultimi anni. Non per tutti, ma se ci entri è difficile uscirne.
Sentimental Value — Joachim Trier
Se dovessimo pensare a un terzo incomodo, oggi penseremmo al film norvegese, capace di conciliare sensibilità e idee di cinema anche molto diverse tra loro grazie a una delle scritture migliori — forse la migliore — dell’anno, alla fluidità con cui strati e piani si mescolano e alla capacità del regista di fondere sentimenti teatrali e visioni cinematografiche con un quartetto di attori mirabile.
I peccatori — Ryan Coogler
Il vero contendente per Anderson, e a sorpresa pensando all’uscita di quasi un anno fa. Al netto della politica e del modo molto originale in cui affronta le questioni razziali su cui l’America si è fondata, è un horror trascinante, tra Carpenter e Rodriguez, che cita consapevolmente ma immette una propria dose di vita grazie a un uso folgorante della musica, che diventa quasi co-autrice del film. Il cinema di genere è vivissimo e combattivo.
Train Dreams — Clint Bentley
Se il mondo fosse un posto giusto e bello, il film di Bentley avrebbe molte più candidature e uscirebbe dalla serata con molti più premi. Un film che profuma del Malick migliore, capace di raccontare una vita strana e a suo modo spericolata, tragica ma senza rimpianti, con la forza di un cinema realmente intimista, impressionista e anche inventivo. Contiene forse il finale più commovente dell’anno.
ESCLUSI E PRONOSTICO
L’annata era ricchissima, ma non possiamo esimerci dal notare come in questa celebrazione dell’Academy non ci sia posto per due dei film migliori dell’intera stagione: A House of Dynamite, action movie da fermo che sembra voler sposare la frenesia di un cinema da moto perpetuo con la stasi del kammerspiel, raccontando peraltro il mondo in tempo reale e facendo quindi una paura clamorosa; e Here, l’ennesimo film con cui Zemeckis ferma, blocca, riscrive e reinventa il tempo del cinema e le sue forme, partendo dallo spazio che si annulla per diventare eterno. Due opere incomprese, per miopia artistica o per sordità politica.
Se dovessimo pensare al vincitore, diremmo Una battaglia dopo l’altra, non solo per la sua bellezza e qualità, ma anche per il modo in cui ha affrontato la stagione dei premi, vincendone quasi tutti senza mai calare nelle preferenze dei votanti. Sarebbe uno dei rarissimi casi in cui a vincere sarebbe davvero il film migliore. Ma si sa: come la parola “migliore”, anche gli Oscar sono soprattutto una questione di gusti. E nulla più