La morte dello Star System: come Timothée Chalamet ha perso l'Oscar

Dovrà pensarci il terzo capitolo di Dune a ricordare al pubblico e all'industria che è uno dei migliori attori della sua generazione.

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A distanza di una settimana dalla notte degli Oscar, la sconfitta di Timothée Chalamet, battuto da Michael B. Jordan (I peccatori), continua a rimbombare fortissima. E ci vorranno ancora un po’ di mesi perché Dune: Parte Tre riesca a ricordare al mondo intero - checché ne strillino i detrattori - che resta e resterà il miglior attore della sua generazione, con una carriera già scritta all’interno di set monumentali.

Perché si, Marty Supreme sembrava avere esattamente tutti gli ingredienti necessari per vincere: il film giusto al momento giusto (il più grande incasso di un film A24, tra l’altro), con la storia giusta e la performance giusta, impacchettato a regola d’arte per far salire l’attore classe ’95 sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles a ritirare l’ambita statuetta dopo le due candidature senza premio arrivate per Chiamami col tuo nome e A Complete Unknown.

Ma soprattutto, un film spinto da una campagna marketing senza precedenti, costruita con una precisione chirurgica per far inserire Marty Supreme e Chalamet al centro di ogni dibattito online e non. Una campagna perfetta, insomma. Forse però, troppo perfetta.

Timothéè Chalamet agli Oscar - The Academy

E no, non c’entra niente la gaffe sul balletto e l’opera – “Cose di cui a nessuno importa e che faticano a sopravvivere” - detta dall’attore durante una conversazione con Matthew McConaughey. Perché questa sua uscita, che sicuramente ha fatto irritare non poche persone scatenando una shitstorm assurda nei suoi confronti, è arrivata quando le votazioni per gli Oscar erano già chiuse da tempo. E su questo non si è tirato indietro nemmeno il conduttore Conan O’Brien, che ha pensato bene di piazzarci una battuta proprio durante la cerimonia.

Ciò detto, non è stata di certo questa affermazione tracotante a far perdere l’Oscar a Timothée (“Timmy” per i suoi fan gen z). Al contrario: questa gaffe è stata l’ulteriore conferma di un atteggiamento che l’attore aveva progressivamente messo in atto durante tutta la promozione del film. Perché con Marty Supreme, Chalamet non si è mai limitato a essere al centro di una semplice campagna di lancio, ma ha finito per costruire attorno a sé una vera e propria narrazione condivisa. Eventi spettacolari, presenza continua sul web, contenuti virali, merchandising intensivo, estetica super cinetica con un’arancione sparato ovunque (quando in realtà l’unica cosa di arancione nel film è la pallina da ping pong con la scritta “Dream Big”). Tutto per creare un hype mediatico alle stelle e riuscire a intercettare un pubblico ampio e giovane.

Timothéè Chalamet in una scena di Marty Supreme - I Wonder Pictures

Ed è proprio qui che si inserisce una riflessione più ampia. Nel cinema contemporaneo, in cui l’attenzione del pubblico si disperde sempre di più a causa di un eccesso di contenuti, questa continua sovraesposizione da parte degli attori è ormai diventata un elemento strutturale imprescindibile del marketing di un film. Il singolo nome, infatti, non ha più la forza di un tempo di portare pubblico in sala, a eccezione di una manciata di volti che si possono contare sulle dita di una mano.

Lo star system, per come lo abbiamo tradizionalmente inteso, con un’accezione quasi mitologica, non esiste più e oggi non basta solo essere una star. Ma bisogna pompare la propria immagine, trasformandola a sua volta in un contenuto da consegnare in pasto alle folle. E Chalamet, da questo punto di vista, è bravissimo. Sicuramente più di chiunque altro.

Ma questo ha finito inevitabilmente per generare un cortocircuito. Se Marty Supreme era pensato per lanciare l’attore verso la conquista della statuetta, in realtà non ha fatto altro che trasformare il suo volto in un personaggio troppo costruito, percepito come distante e artefatto, fino a risultare poco simpatico sia a una fetta di pubblico che a una parte consistente di Academy che ha deciso di non premiarlo. Questo suo modo di fare al limite della strafottenza, come quello del personaggio che interpreta nel film, lo ha reso non solo una figura divisiva, ma addirittura respingente per chi, fino a poco prima, era disposto tifarlo. Perché nonostante viviamo in una società estremamente egoriferita, tra relazioni superficiali, AI e social, le persone continuano ancora a percepire quando qualcosa non è autentico. E ad agire di conseguenza.

In questo, Timothéè Chalamet ha pagato caro: la percezione collettiva di una sua immagine troppo finta, unita a un atteggiamento alquanto antipatico, ha finito per mettere in secondo piano il suo talento, trasformando quello che doveva essere un’arma a suo favore in un autogol clamoroso durante la corsa agli Oscar. E dovrà pensarci Dune: Parte Tre a riportare al centro la sua limpida bravura, a ricordare all’industria e al pubblico che resta uno degli interpreti più straordinari della sua generazione.

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