La morte dello Star System: come Timothée Chalamet ha perso l'Oscar
Dovrà pensarci il terzo capitolo di Dune a ricordare al pubblico e all'industria che è uno dei migliori attori della sua generazione.
A distanza di una settimana dalla notte degli Oscar, la sconfitta di Timothée Chalamet, battuto da Michael B. Jordan (I peccatori), continua a rimbombare fortissima. E ci vorranno ancora un po’ di mesi perché Dune: Parte Tre riesca a ricordare al mondo intero - checché ne strillino i detrattori - che resta e resterà il miglior attore della sua generazione, con una carriera già scritta all’interno di set monumentali.
Ma soprattutto, un film spinto da una campagna marketing senza precedenti, costruita con una precisione chirurgica per far inserire Marty Supreme e Chalamet al centro di ogni dibattito online e non. Una campagna perfetta, insomma. Forse però, troppo perfetta.
E no, non c’entra niente la gaffe sul balletto e l’opera – “Cose di cui a nessuno importa e che faticano a sopravvivere” - detta dall’attore durante una conversazione con Matthew McConaughey. Perché questa sua uscita, che sicuramente ha fatto irritare non poche persone scatenando una shitstorm assurda nei suoi confronti, è arrivata quando le votazioni per gli Oscar erano già chiuse da tempo. E su questo non si è tirato indietro nemmeno il conduttore Conan O’Brien, che ha pensato bene di piazzarci una battuta proprio durante la cerimonia.
Ed è proprio qui che si inserisce una riflessione più ampia. Nel cinema contemporaneo, in cui l’attenzione del pubblico si disperde sempre di più a causa di un eccesso di contenuti, questa continua sovraesposizione da parte degli attori è ormai diventata un elemento strutturale imprescindibile del marketing di un film. Il singolo nome, infatti, non ha più la forza di un tempo di portare pubblico in sala, a eccezione di una manciata di volti che si possono contare sulle dita di una mano.
Lo star system, per come lo abbiamo tradizionalmente inteso, con un’accezione quasi mitologica, non esiste più e oggi non basta solo essere una star. Ma bisogna pompare la propria immagine, trasformandola a sua volta in un contenuto da consegnare in pasto alle folle. E Chalamet, da questo punto di vista, è bravissimo. Sicuramente più di chiunque altro.
In questo, Timothéè Chalamet ha pagato caro: la percezione collettiva di una sua immagine troppo finta, unita a un atteggiamento alquanto antipatico, ha finito per mettere in secondo piano il suo talento, trasformando quello che doveva essere un’arma a suo favore in un autogol clamoroso durante la corsa agli Oscar. E dovrà pensarci Dune: Parte Tre a riportare al centro la sua limpida bravura, a ricordare all’industria e al pubblico che resta uno degli interpreti più straordinari della sua generazione.