Palma d'oro: la classifica dei vincitori dal 2000 a oggi
Da Dancer in the Dark a Un semplice incidente. Tutti i vincitori della Palma d'oro dal 2000 a oggi, in ordine dal peggiore al migliore.
Cannes: una delle ultime roccaforti internazionale in grado di proteggere un cinema che osa, sperimenta e provoca. Un cinema che fa discutere e che allo stesso tempo sa riscrivere la storia rivolgendosi a chiunque. Per questo, se mai vi capiterà di chiedere a un regista quale premio vorrebbe vincere a tutti costi, la risposta sarà sempre una e una sola: la Palma d’oro. Non l’Oscar, ma la Palma. Perché se il primo è una fotografia di un intero anno, spesso il risultato di una celebrazione delle principali tendenze dell’industria hollywoodiana, il secondo è la chiave per entrare nell’olimpo dei grandi.
Un riconoscimento assegnato a un film prima di conoscere la sua presa sul pubblico ha un valore unico, sicuramente diverso. E nel corso delle sue edizioni, il festival ha saputo premiare dei capolavori assoluti prima ancora che questi lo fossero, anticipando i linguaggi di oggi e di domani. Ora, di edizioni, ne contiamo 79. E in attesa di portarvi con noi sulla Croisette (dal 12 al 23 maggio), ripercorriamo gli ultimi 25 anni del Festival di Cannes in 25 Palme d’oro (esclusa l’edizione del 2020, non svoltasi), tra film mozzafiato e qualche scelta che ancora oggi fa storcere il naso.25. Triangle of Sadness (Ruben Östlund, 2022)
È quasi paradossale leggere nell’elenco dei “pluripalmati” il nome di Ruben Östlund. Perché se pensiamo a tanti altri grandi maestri che non sono riusciti a bissare il trionfo, si rimane davvero increduli. Già il premio a The Square (fra poco arriva) era discutibile. Quello a Triangle of Sadness, invece, è ai limiti dell’accettabile. Intendiamoci, non parliamo affatto un passo falso del regista svedese, anzi. È una pungente satira sociale capace di demolire le gerarchie di classe e i privilegi dei super-ricchi. Come se ne vedono poche in questi tempi. Tuttavia, in questa classifica dove non si tiene conto solo della qualità dell’opera, ma anche del peso storico del premio, la sua vittoria scricchiola parecchio. Specialmente se si considera il grande sconfitto di quell’annata: Decision to Leave di Park Chan-Wook.
24. The Square (Ruben Östlund, 2017)
Vedere i due film del regista svedese nelle ultime due posizioni di questa classifica potrebbe suonare come un giudizio troppo severo, ma è difficile ignorare una certa sproporzione nel riconoscimento ottenuto da Ruben Östlund dentro il cinema contemporaneo. Due Palme d’oro in pochi anni sono davvero eccessive. Ciononostante, rispetto a Triangle of Sadness, la vittoria di The Square lascia meno l’amaro in bocca, in un’edizione priva di alternative forti. Trattasi comunque di un’opera che fatica a lasciare il segno nel tempo.
23. La classe (Laurent Cantet, 2008)
Chissà cosa avrà realmente spinto Sean Penn e la sua giuria a premiare un’opera semi-documentaristica sulla vita quotidiana di un liceo francese, in uno di quei pochi casi in cui la Palma è stata assegnata all’unanimità. È certamente un film prezioso, La classe. Uno di quelli capaci di arrivare allo spettatore con una forza pungente. Di immergerlo in un contesto – la scuola - assai delicato e problematico. Ma resta troppo debole per reggere il peso di una Palma d’oro. Inoltre, nel 2008 sbarcavano sulla Croisette due dei più grandi titoli del nostro cinema recente: Gomorra di Matteo Garrone e Il Divo di Paolo Sorrentino. Ben più “palmabili” del film di Cantet.
22. Dheepan – Una nuova vita (Jacques Audiard, 2015)
Certo, anche un Audiard minore è pur sempre un gran film. Ma sapere che il cineasta francese abbia ricevuto la Palma per Dheepan – Una nuova vita, e non per Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa ed Emilia Pérez, ci lascia addosso un senso di dispiacere difficile da far scivolare via. Il classico premio politico da compromesso, elargito da una giuria – presieduta dai fratelli Coen - che avrebbe potuto e dovuto osare di più. Tra i vinti di quell’edizione: Sicario di Denis Villeneuve, The Lobster di Yorgos Lanthimos e Al di là delle montagne di Jia Zhangke.
21. Lo Zio Boonmee che ricorda le sue vite precedenti (Apichatpong Weerasethakul, 2010)
Un’edizione strana, quella del 2010, priva di grandi titoli di ampio richiamo. A vincere un premio più dimenticato che dimenticabile, lo sperimentale Lo Zio Boonmee che ricorda le sue vite precedenti del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul. Un film alquanto enigmatico, ermetico, suggestivo, spirituale e a suo modo coinvolgente per quanto impegnativo. Certo, rimane un’opera appartenente al circuito del cinema d’autore duro e puro. Una di quelle che sacrificano l’intrattenimento in favore della contemplazione e dell’interpretazione, e che faticano a uscire dai confini festivalieri per rivolgersi a una platea più ampia. In ogni caso, anche la Thailandia è riuscita a vincere la Palma d’oro, in un panorama cinematografico contemporaneo sempre più attraversato da filmografie emergenti.
20. Fahrenheit 9/11 (Michael Moore, 2004)
Grande sconfitto di quell’annata: Oldboy. Definito Quentin Tarantino – presidente di giuria dell’edizione - “il film che avrebbe voluto girare”. Alla fine, però, Il folgorante capolavoro di Park Chan-Wook si è dovuto accontentare “solo” del Gran Premio della Giuria. Perché quell’anno, c’era un’urgenza ben più incombente: premiare Faranheit 9/11 del documentarista Michael Moore. Una spietata opera d’inchiesta sui legami tra la famiglia dell’allora presidente degli USA Bush e Osama Bin Laden. Per la prima volta a Cannes il documentario viene insignito del premio cinefilo più importante. Un premio dal sapore di una presa di posizione politica fortissima, a tre anni di distanza dall’attentato alle Torri Gemelle.
19. Io, Daniel Blake (Ken Loach, 2016)
Tra gli ultimi titoli di Ken Loach, storico habitué della Croisette, I, Daniel Blake è indubbiamente uno dei più struggenti. Se non il più struggente e strappalacrime. Una storia che arriva dritta al cuore, quella di Daniel: un falegname che, in seguito a un infarto, si trova ad aver bisogno dell’aiuto dello Stato che però risulta difficile da ottenere. Come per ogni opera del maestro britannico, c’è grande impegno sociale. A favore degli ultimi. Degli emarginati e delle classi più deboli della società. Forse, però, una Palma (anzi, una seconda Palma) troppo da compromesso. Meritava di più Mademoiselle di Park Chan-Wook, ancora una volta sconfitto.
18. La stanza del figlio (Nanni Moretti, 2001)
Chissà se mai riusciremo a riportare a casa la Palma d’oro. Certo è che le speranze, data anche la nostra assenza dall’edizione di quest’anno, non sono molte. Ma, nonostante ciò, confidiamo che qualcuno prima o poi riesca a cavalcare le orme di Nanni Moretti, l'ultimo italiano "palmato". La stanza del figlio non è solo un grande film sull’elaborazione del lutto, ma un’opera spartiacque nella stessa filmografia di Moretti, capace di segnare il passaggio da un cinema più ironico e autobiografico a uno più introspettivo e drammatico. È anche vero, però, che quell’anno La stanza del figlio ha inspiegabilmente sottratto la Palma a uno dei film più importanti del nuovo millennio, se non il più importante: un certo Mulholland Drive di David Lynch.
17. Titane (Julia Ducournau, 2021)
Amare Titane è da folli. Premiarlo, invece, è da lungimiranti. Nell’edizione del covid (svoltasi a luglio) Spike Lee, che è un tutto fuorché uno sprovveduto, ha deciso di assegnare la Palma d’oro allo sregolato body horror di Julia Ducournau. Un film divisivo come pochi: prendere o lasciare. Secondo il parere di chi scrive, nel film della figlia spirituale di Cronenberg c’è più provocazione gratuita che una vera anima sovversiva. E quell’anno, un solo titolo doveva vincere: Drive My Car di Ryūsuke Hamaguchi. Ciononostante, trattasi di una Palma oltremodo significativa. La seconda a una regista donna, a 28 anni di distanza da Lezioni di Piano di Jane Campion. La prima a un film di genere così orgogliosamente crudo e “sporco”.
16. Il vento che accarezza l’erba (Ken Loach, 2006)
La prima Palma per Ken Loach. Arrivata per un’opera di lotta partigiana irlandese contro l’occupazione britannica. È indubbiamente un gran manifesto di libertà e resistenza, Il vento che accarezza l’erba. Con un grandissimo Cillian Murphy prima ancora che fosse il Cillian Murphy che oggi tutti noi amiamo. Ma rivedendolo a soli vent’anni di distanza, si percepisce il passare del tempo. Nel concorso del 2006 c’era un solo film che doveva trionfare, e che ancora oggi continua a sorprendere: Volver di Pedro Almodóvar.
15. L'Enfant - Una storia d'amore (Luc & Jean Pierre Dardenne, 2005)
Tra i nomi di punta della Politique des Auteurs di Cannes, spiccano senza dubbio i fratelli Dardenne. Ogni loro film è praticamente una presenza scontata sulla Croisette. Doppiamente “palmati” come Loach, Östlund e (a breve lo vedremo) Haneke. La prima, nel 1999, per lo splendido Rosetta. La seconda, nel 2006, per Il figlio. Che è cinema dei Dardenne allo stato puro. Crudo, essenziale, rigoroso, cinico e diretto come non mai. Ma anche profondamente umano, capace di raccontare il disagio sociale senza mai sfociare nel sentimentalismo. Un riconoscimento sacrosanto che forse, però, rispetto ad altre Palme del nuovo millennio, sembra avere un impatto meno dirompente.
14. Il regno d’inverno – Winter Sleep (Nuri Bilge Ceylan)
Fare un film di 3 ore di soli dialoghi in cui non succede praticamente nulla di spettacolare, è un'impresa ardua. C’è riuscito nel 2014 Nuri Bilge Ceylan, un’altra presenza fissa della Croisette e sicuramente il più grande esponente del nuovo cinema turco. Il regno d’inverno – Winter Sleep rappresenta probabilmente l’apice della sua poetica: un cinema scandito da tempi dilatati e lunghe tensioni verbali, in cui i luoghi e gli spazi riflettono lo stato interiore dei personaggi. Un film densissimo e con un’impronta autoriale ben definita, che Cannes ha sempre cercato di proteggere.
13. Anora (Sean Baker, 2024)
Sembrerà un po’ strano leggere Anora fuori dalla top 10, ma vi avvertiamo: da qui in poi si parlerà solo di capolavori. Il film di Sean Baker (con una coppia di attori strepitosa: Mickey Madison e Yura Borisov) è uno dei più freschi e brillanti degli ultimi anni, e dopo Parasite il secondo titolo ad aver centrato il bis Palma d’oro a Cannes e Oscar al miglior film a Los Angeles. Un po’ figlio della Nouvelle Vague. Un po’ figlio della New Hollywood. Con delle sfumature di Fuori Orario di Scorsese. E dei livelli di Screwball Comedy altissimi, oltre che uno dei finali più amari e raggelanti del nuovo millennio.
12. Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009)
Una Palma importante, quella assegnata nel 2009 a Il nastro bianco. Perché è la prima per Micheal Haneke, che diventerà poi uno dei pochissimi autori a ottenere un bis con Amour. La consacrazione definitiva del regista austriaco come punto di riferimento imprescindibile del cinema europeo delle ultime decadi. E Il nastro bianco rappresenta senza dubbio uno dei vertici della sua filmografia. Un film austero, rigoroso e glaciale, capace di radicarsi lentamente negli occhi di chi guarda.
11. Anatomia di una caduta (Justine Triet, 2023)
Nel 2023 la giuria guidata da Ruben Östlund aveva l’imbarazzo della scelta su chi premiare. La zona d’interesse, Perfect Days, Racconto di due stagioni, Monster, Foglie al vento. E addirittura tre italiani: Il sol dell’avvenire, La chimera e Rapito. Senza dubbio una delle edizioni più ricche del XXI secolo, con diversi titoli che avevano lo spessore necessario per aggiudicarsi il premio principale. Alla fine, la Palma è andata ad Anatomia di una caduta di Justine Triet. Un’opera straordinaria e sconvolgente, in cui la realtà si sgretola e le varie testimonianze dei protagonisti rendono la verità più sfuggente e impossibile da conoscere nella sua versione definitiva. Con una Sandra Hüller nella performance della vita.
10. The Tree of Life (Terrence Malick, 2011)
The Tree of Life è l’apice più ambizioso e personale della filmografia di Terrence Malick (come al suo solito, mai preoccupatosi di apparire pubblicamente e ritirare personalmente il premio), arrivato 13 anni dopo il grande successo de La Sottile Linea Rossa. Forse, anche il suo film più divisivo. Per alcuni, un’autentica esperienza spirituale dal forte impatto visivo. Per altri, un’opera pretenziosa, eccessivamente frammentaria e poco concreta. Comunque, stiamo parlando di una Palma storica e dal peso simbolico enorme: il coronamento di una delle più grandi carriere della storia del cinema.
9. Il pianista (Roman Polanski, 2002)
Anche qui, il sigillo su una delle più grandi filmografie di sempre, quella di Roman Polanski. Una Palma tanto inseguita, desiderata e sperata. Arrivata a inizio secolo per Il Pianista, che se non è il miglior film sull’Olocausto della storia del cinema, poco ci manca. La storia del musicista ebreo Władysław Szpilman ha saputo commuovere intere generazioni di spettatori, e ancora oggi resta un pilastro imprescindibile per la memoria storica. Miglior regia e attore protagonista agli Oscar, il primo a un immenso Adrien Brody.
8. Amour (Michael Haneke, 2012)
Seconda Palma in tre anni per Haneke. Forse troppo, o forse no. Ad ogni modo, l’edizione del 2012 è stata senza dubbio una delle più controverse di sempre, in cui sembrava esserci un solo titolo destinato alla vittoria: Holy Motors di Leos Carax. Tutti i componenti della giuria volevano premiare il surreale e visionario film del francese. Tutti tranne uno, il presidente: Nanni Moretti. Impostosi con un veto (ci piace immaginare con suo un “delirio” idiosincrasico alla Michele Apicella) per non far vincere Carax. Il verdetto finale: Palma ad Amour. E col senno di poi, è difficile considerarlo un compromesso al ribasso. Un capolavoro straziante e lancinante.
7. 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (Cristian Mungiu, 2007)
4 mesi, 3 settimane, e 2 giorni ha tutti gli elementi necessari per reggere il peso di una Palma d’oro. Cinematograficamente parlando: non è solo il primo grande premio per Cristian Mungiu, ma la consacrazione di una filmografia che proprio nel nuovo millennio ha trovato la sua piena affermazione: la Nouvelle Vague rumena. Politicamente parlando: una presa di posizione fortissima sulle drammatiche conseguenze personali e sociali di un aborto clandestino durante il regime di Ceausescu alla fine degli anni ’80.
6. Un affare di famiglia (Hirokazu Kore’eda, 2018)
Una Palma d’oro che ha consacrato definitivamente Kore’eda come l’erede spirituale di Yasujiro Ozu, autore di un cinema profondamente umano, fatto di silenzi, gesti minimi e un’attenzione assoluta alla famiglia come nucleo emotivo e sociale. Un affare di famiglia è un film straordinario, che mette in scena un racconto apparentemente semplice, ma che con il passare dei minuti si scopre sempre più complesso e stratificato. Senza dubbio l’opera più completa e più complessa del maestro giapponese.
5. Elephant (Gus Van Sant, 2003)
Elephant, ispirato al massacro della Columbine, è uno dei capolavori più lucidi e sconvolgenti del nuovo millennio. Un’opera in cui l’orrore si insinua nel quotidiano in un modo raggelante, senza enfasi o spettacolarizzazione. I lunghi piani-sequenza di Gus Van Sant accompagnano i protagonisti in un racconto dove la violenza emerge gradualmente nei gesti più ordinari. E dove il confine tra ciò che sembra vero e ciò che non lo è diventa sottilissimo, quasi impercettibile. Manifesto assoluto della contemporaneità.
4. La vita di Adele (Abellatif Kechiche, 2013)
Amato, odiato e discusso come un caso controverso del cinema recente, La vita di Adele è uno di quei film che non possono lasciare indifferenti, e che per impatto e ambizione sono già destinati a vincere. Proprio per questo, la sua Palma è stata assegnata all’unanimità da una giuria guidata da Steven Spielberg. Più che un film, La vita di Adele è un’esperienza totale e totalizzante, capace di travolgere lo spettatore con una forza carnale che raramente si è vista sul grande schermo. Un’opera di desideri, sguardi, pulsioni e sensazioni, in cui il corpo diventa il cuore pulsante della narrazione. Il più grande “slice of life movie” di sempre, intriso di una libertà cinematografica che Adbellatif Kechiche porterà alla sua massima potenza nella trilogia di Mektoub, My Love.
3. Un semplice incidente (Jafar Panahi, 2025)
La differenza tra i bravi cineasti e i grandi autori si vede proprio nei contesti più estremi, quando le condizioni sociali, politiche e psicologiche diventano ostili. Jafar Panahi appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Uno che da sempre è costretto a trovare nuove forme di narrazione in situazioni di clandestinità assoluta. E Un semplice incidente non è altro che il suo ultimo grande capolavoro. L’unico regista vivente ad aver completato il “POLP” (Pardo d’oro a Locarno per Lo Specchio, Orso d’oro a Berlino per Taxi Theran, Leone d’oro a Venezia per Il cerchio e, appunto, Palma d’oro a Cannes per Un semplice incidente). Un traguardo raggiunto solo da Michelangelo Antonioni.
2. Dancer in the Dark (Lars Von Trier, 2000)
La prima Palma del millennio per un film spartiacque della storia del cinema. Dancer in the Dark non è solo un musical commuovente – o meglio, un ”anti-musical”, come lo ha definito il suo stesso autore Lars Von Trier – sulla tragica storia di un’immigrata cecoslovacca (interpretata da una formidabile Björk) giunta negli Stati Uniti con il sogno di diventare una star di Hollywood. Ma un’opera che ha saputo rompere le regole della narrazione tradizionale, spingendo il linguaggio del genere verso un territorio completamente inedito, in un’esperienza asciutta, disillusa e dolorosa.
1. Parasite (Bong Joon-ho, 2019)
Serve aggiungere altro? Il percorso trionfale di Parasite è partito proprio da qui, dalla Croisette. Palma d’oro a maggio e poi, come tutti sappiamo, 4 Oscar a febbraio, tra cui quello per Miglior film e Miglior regia a Bong Joon-ho. Il primo a un’opera non in lingua inglese. Un successo che ha rotto gli equilibri geopolitici dell’audiovisivo, spalancando le porte a tanti prodotti sudcoreani e cambiando per sempre il modo di fare e concepire il cinema. Ma per l’appunto, la storia era già stata anticipata a Cannes, in tempi non sospetti, dove Parasite si era imposto fin da subito come uno dei pilastri del panorama cinematografico globale. Prima ancora che lo diventasse veramente.