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Cannes 2026 - La venus eléctrique, la recensione: il piacere dell’inganno apre il festival

La Venus eléctrique di Salvadori incanta Cannes 79: una commedia romantica e farsesca che gioca con l'inganno e la poesia, rischiarata da quattro attori straordinari

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«Colora la mia notte». Una frase che è uno squarcio inaspettato di poesia romantica in un film che a tratti assume le sembianze di una commedia farsesca, ma che riassume la peculiarità di La Venus eléctrique, il film di Pierre Salvadori che ha inaugurato fuori concorso la 79ª edizione del Festival di Cannes.

L'inganno che incanta

Perché l'opera di Salvadori, che nel 2018 vinse la Quinzaine des Cinéastes con l'esilarante Pallottole in libertà, usa i toni del suo racconto, gli elementi contrastanti come un pittore fa con i colori, usandoli non solo per ritrarre una situazione e una scena, ma anche per destare l'attenzione degli spettatori. La pittura, d'altronde, ha un ruolo importante nel racconto, che vede protagonista Suzanne (Anaïs Demoustier), la venere elettrica del titolo, una performer di un circo che il pittore vedovo Antoine (Pio Marmaï) scambia per una medium, chiedendole, dietro lauto compenso, di metterlo in contatto con la moglie Irène (Vimala Pons, nei flashback); decide così di approfittarne il mercante Armand (Gilles Lellouche), una volta accortosi che quelle sedute hanno ridestato l'ispirazione artistica.

Il film però, nato da un'idea di Robin Campillo e Rebecca Zlotowski (da cui forse deriva la lettura dei diari di Irène, presente nel suo Vita privata) e scritto dal regista con Benjamin Charbit e Benoît Graffin, non si limita all'intreccio principale: lo amplia, lo apre a una seconda strada, che a sua volta biforca per poi ricongiungersi con quella principale. Salvadori sceglie questo modo di raccontare — reso peraltro con leggerezza invidiabile — per affermare il piacere di quell'inganno che è il racconto, che sia circense, letterario o cinematografico: quel piacere che ci porta a essere un pubblico mai sazio di storie.

Dolore e risate nella stessa palette

Un inganno economico che diventa sentimentale, nel quale siamo ben lieti di cadere, specie se architettato con la perizia con cui lo gestiscono Salvadori e i colleghi scrittori: con quella ricostruzione di un passato mitico ma non polveroso né idealizzato, con il passo svelto della commedia che sa quando fermarsi, che ci cattura con piccoli tocchi di sorpresa, con il sentimento sognante, con il mélo fumettistico, con l'ironica consapevolezza del gioco di prestigio che poi, come per magia, diventa vero, sapendo quasi sempre quando usare il dolore o la risata per equilibrare la palette.

La Venus eléctrique accarezza il suo pubblico, non si vergogna di cercarlo e di manipolarlo con amore, senza eccedere nel rischio del «fantastico» — a parte il finale, così straniante e così coerente con un film che, rischiarato da quattro attori in stato di grazia (e la Pons, quando arriva, ruba la scena a tutti) — dà il via all'evento in cui il cinema pulsa più che altrove, nel luogo — la Francia — dove questa meravigliosa bugia ha avuto inizio.

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