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Perché alcuni classici Disney si vedono peggio su Disney+? Un nuovo studio ha scoperto cosa è cambiato

Da Hercules a Il gobbo di Notre Dame, alcuni classici Disney appaiono diversi rispetto al cinema: il motivo si nasconde nel passaggio dalla pellicola al digitale.

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C'è una buona possibilità che Hercules, Il gobbo di Notre Dame e altri classici Disney oggi non abbiano su Disney+ esattamente l'aspetto con cui il pubblico li vide per la prima volta al cinema. E non si tratta soltanto di nostalgia, televisori diversi o ricordi d'infanzia che con il passare degli anni hanno reso tutto un po' più bello. Dietro potrebbe esserci qualcosa di molto più concreto: la pellicola.

Un nuovo approfondimento pubblicato da Animation Obsessive ha messo a confronto le versioni moderne di alcuni film del Rinascimento Disney con il modo in cui quelle stesse immagini apparivano quando venivano stampate e proiettate in 35mm. Il risultato mostra differenze immediatamente percepibili, soprattutto nei colori, nella luminosità e nella resa di alcune tonalità. In alcuni casi il cambiamento è sorprendente. Sequenze dominate dal rosso e dall'arancione, come quelle del fuoco in Il gobbo di Notre Dame o della lava in Hercules, acquistano sulla pellicola una profondità e un'intensità molto differenti.

Nelle versioni digitali moderne alcuni colori appaiono invece più freddi o attenuati, mentre persino le tonalità della pelle dei personaggi possono risultare sensibilmente più pallide. La spiegazione è legata al modo in cui quei film venivano realizzati. Oggi siamo abituati a pensare al file digitale come a una sorta di “originale” dal quale ottenere tutte le altre versioni di un film. Ma durante il Rinascimento Disney il processo era diverso. Anche quando lo studio cominciò a utilizzare strumenti digitali nella produzione dell'animazione, il risultato finale era destinato a essere trasferito su pellicola e proiettato nei cinema attraverso copie 35mm. E quel passaggio non era semplicemente un contenitore neutro.

La pellicola aveva caratteristiche proprie, capaci di intervenire sulla resa dell'immagine. Colori, contrasto, densità e luminosità venivano quindi valutati sapendo quale sarebbe stato il risultato una volta arrivati sul supporto cinematografico. In altre parole, gli artisti non stavano necessariamente creando le immagini perché apparissero perfette osservando direttamente il materiale digitale: stavano preparando qualcosa che avrebbe raggiunto il suo aspetto finale passando attraverso la pellicola. È proprio qui che nasce il problema delle edizioni moderne.

Quando oggi un film viene distribuito attraverso un supporto digitale o una piattaforma streaming, quel passaggio può scomparire. Si parte da materiali digitali o restaurati e si arriva direttamente allo schermo dello spettatore, eliminando una fase che all'epoca faceva parte del modo in cui l'immagine era stata concepita. Il risultato può essere tecnicamente più pulito e definito, ma non necessariamente più fedele all'esperienza cinematografica originale. È una distinzione importante, perché per anni l'evoluzione dell'home video ci ha abituati all'idea che una maggiore risoluzione corrisponda automaticamente a un'immagine migliore. Un film può però essere nitidissimo e allo stesso tempo avere colori differenti rispetto a quelli scelti dagli artisti per la sua uscita nelle sale.

Il confronto diventa particolarmente interessante proprio parlando del cosiddetto Rinascimento Disney, l'epoca che tra la fine degli anni '80 e gli anni '90 ha prodotto alcuni dei film animati più amati dello studio. Da La sirenetta a La bella e la bestia, passando per Aladdin, Il re leone, Pocahontas, Il gobbo di Notre Dame, Hercules, Mulan e Tarzan, furono anni nei quali Disney attraversò anche una profonda trasformazione tecnologica. Con La sirenetta iniziò la transizione verso il sistema digitale CAPS, sviluppato insieme a Pixar, che avrebbe progressivamente sostituito il tradizionale processo di inchiostrazione e colorazione dei rodovetri. Bianca e Bernie nella terra dei canguri sarebbe poi diventato il primo lungometraggio Disney realizzato interamente attraverso CAPS. Ma digitale non significava ancora streaming.

Dinsey+, fonte: Disney

Quelle immagini continuavano a essere destinate alle sale cinematografiche e quindi alla pellicola. È proprio questo dettaglio a rendere più complicato stabilire quale debba essere oggi la versione realmente “corretta” di un classico Disney. La questione cambia invece con i film Pixar. Produzioni nate fin dall'inizio all'interno di un ambiente digitale non dipendevano allo stesso modo da una trasformazione fotografica dell'immagine per definire il proprio aspetto, rendendo il passaggio alle successive edizioni digitali meno problematico sotto questo specifico punto di vista.

La buona notizia è che Disney sembra essere perfettamente consapevole di quanto sia delicato restaurare questi film. Lo dimostrano alcuni dei progetti portati avanti negli ultimi anni dal Restoration and Library Management department dello studio. Per la nuova versione di Cenerentola, ad esempio, Disney è tornata al negativo originale in nitrato conservato presso la Library of Congress, digitalizzando in 4K le differenti separazioni cromatiche e coinvolgendo artisti ed esperti di Disney Animation per assicurarsi che il risultato rispettasse il lavoro originale.

L'obiettivo non era semplicemente eliminare graffi e sporco. Disney Animation ha coinvolto figure come Eric Goldberg e Michael Giaimo proprio per controllare colori, contrasti e dettagli. Goldberg spiegò all'epoca che la restaurazione doveva recuperare persino caratteristiche che le precedenti edizioni avevano progressivamente modificato: Cenerentola, per esempio, doveva tornare ad avere i suoi capelli biondo cenere e soprattutto un vestito argentato, non l'azzurro acceso con cui generazioni di spettatori hanno finito per identificarla.

Hercules, fonte: Disney

Lo stesso approccio è stato utilizzato più recentemente per Alice nel Paese delle Meraviglie, restaurato in occasione del suo 75° anniversario. Il team Disney ha cercato la migliore fonte originale disponibile, studiato concept art e materiali conservati nell'Animation Research Library e fatto controllare ogni singola inquadratura da artisti con una conoscenza diretta della tradizione dello studio. È un lavoro che dimostra quanto possa essere ingannevole parlare semplicemente di “vecchia” e “nuova” versione.

Una copia moderna può avere una risoluzione enormemente superiore a quella di una VHS o di un vecchio DVD, ma restaurare un film significa anche capire che cosa dovesse vedere realmente il pubblico. E quando quel film è stato progettato per attraversare un processo fotografico ormai scomparso, la risposta può essere molto meno semplice del previsto. Disney lo aveva già dimostrato anche con Biancaneve e i sette nani, tornato su Disney+ attraverso una restaurazione 4K realizzata dal team che aveva lavorato su Cenerentola. Anche in quel caso l'obiettivo dichiarato era recuperare il materiale originale senza cancellare le intenzioni degli artisti che avevano realizzato il film nel 1937. Ed è forse questo l'aspetto più affascinante emerso dal nuovo confronto.

Chi ricorda Hercules o Il gobbo di Notre Dame visti al cinema negli anni '90 e oggi ha la sensazione che qualcosa sia cambiato potrebbe non essere vittima soltanto della nostalgia. Quelle immagini potrebbero davvero essere state più calde, profonde e vibranti. La definizione è aumentata, gli schermi sono diventati enormemente più sofisticati e oggi basta premere un pulsante su Disney+ per recuperare film che un tempo bisognava aspettare anni per rivedere, ma nel viaggio dalla pellicola allo streaming una piccola parte dell'aspetto originale di alcuni classici potrebbe essere rimasta indietro.

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