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Pierfrancesco Favino è Tommaso Buscetta, il boss che tradì la mafia, nel film di Bellocchio su Netflix

Pierfrancesco Favino interpreta Tommaso Buscetta, primo pentito di Cosa Nostra. La storia del maxiprocesso che cambiò l'Italia.

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Nella Sicilia degli anni Ottanta, mentre i Corleonesi di Totò Riina trasformavano Palermo in un teatro di morte, un uomo decise di rompere il più antico dei codici mafiosi: l'omertà. Tommaso Buscetta, boss di Cosa Nostra rifugiato in Brasile, divenne il primo grande pentito della storia della mafia italiana. Marco Bellocchio, maestro del cinema d'autore italiano, ha scelto di raccontare questa storia nel 2019 con Il traditore, un film (disponibile su Netflix) che ha conquistato il Festival di Cannes e che si impone come uno dei più rigorosi e potenti ritratti cinematografici dedicati alla mafia. Al centro della narrazione c'è Pierfrancesco Favino, che interpreta Tommaso Buscetta con una trasformazione fisica e psicologica totale.

Favino costruisce un personaggio complesso e sfaccettato: non l'eroe pentito, ma un uomo diviso tra codici d'onore arcaici e la consapevolezza che quella mafia, la sua mafia, era morta sotto i colpi di lupara dei Corleonesi. Il volto scavato, lo sguardo duro eppure malinconico, l'accento siciliano calibrato con precisione: ogni dettaglio contribuisce a restituire l'umanità contraddittoria di un boss che scelse di parlare non per redimirsi, ma per vendicarsi. Accanto a Favino si muove un cast corale di straordinaria qualità. Maria Fernanda Cândido interpreta Maria Cristina de Almeida, la compagna brasiliana di Buscetta, testimone dell'esilio e della scelta che cambierà le loro vite. Fabrizio Ferracane dà corpo a Pippo Calò, uno dei capi storici di Cosa Nostra, mentre Luigi Lo Cascio veste i panni di Salvatore Contorno, altro pentito e figura chiave nella guerra di mafia.

E poi c'è Fausto Russo Alesi nei panni di Giovanni Falcone, interpretazione sobria e misurata che restituisce la determinazione silenziosa del magistrato. Il film ricostruisce con fedeltà documentaristica gli anni della mattanza mafiosa, quando Totò Riina e i suoi uomini eliminarono metodicamente le vecchie famiglie palermitane. I cadaveri si accumulano, i lupara bianca si moltiplicano, mentre Buscetta assiste da lontano, dal suo rifugio brasiliano, alla distruzione del suo mondo.

Quando viene arrestato dai federali e ricondotto in Italia, si trova di fronte a una scelta: morire in carcere secondo il codice mafioso, o collaborare con Falcone e raccontare tutto. Bellocchio dirige con la maestria di chi ha attraversato decenni di cinema italiano. Niente concessioni al pittoresco, niente folklore siciliano, niente musiche enfatiche. Il traditore procede per sottrazione, affidandosi alla potenza delle parole, dei silenzi, degli sguardi. Le scene degli interrogatori tra Buscetta e Falcone sono il cuore pulsante del film: due uomini che si studiano, si rispettano, costruiscono una fiducia reciproca pur provenendo da mondi opposti.

La scelta di Bellocchio di includere materiale d'archivio, come le immagini della vedova Rosaria Costa Schifani e dello stesso Tommaso Buscetta reale, aggiunge un ulteriore livello di autenticità. Il Traditore diventa così un ponte tra finzione e documentario, tra memoria storica e rappresentazione cinematografica. Il maxiprocesso viene ricostruito con dovizia di particolari, dalle gabbie degli imputati alle deposizioni fiume, fino alle condanne che segnarono una svolta storica.

Bellocchio non giudica Buscetta, non lo assolve né lo condanna. Lo osserva, ne ricostruisce le motivazioni, lascia che sia lo spettatore a farsi un'idea di quest'uomo che tradì la mafia per fermare chi aveva tradito i valori della vecchia mafia. Un paradosso che il film sviscera senza offrire risposte facili, restituendo la complessità di una storia che continua a interrogarci su cosa significhi davvero lealtà, giustizia, vendetta.

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