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Questa serie Netflix su un'amicizia tossica ha un'ottima premessa (ma sbaglia proprio dove conta)

La miniserie spagnola Netflix su amicizie complicate e segreti. Promesse interessanti ma realizzazione mediocre.

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C'è qualcosa di tremendamente frustrante in una serie che ha tutte le carte in regola per funzionare ma che inciampa proprio dove dovrebbe brillare. All The Truth In My Lies - Tutta la verità delle mie bugie, arrivata su Netflix alla fine di agosto 2026, è esattamente questo tipo di prodotto: una storia di amicizie complicate, sentimenti non detti e bugie accumulate nel tempo che sulla carta suona intrigante, ma che nella sostanza gira a vuoto senza mai trovare il coraggio di andare davvero fino in fondo. Diretta da María Togores e Marina Pérez, questa miniserie spagnola di cinque episodi da circa 35-40 minuti ciascuno (il titolo originale è Toda la verdad de mis mentiras) segue un gruppo di amici di lunga data durante un viaggio in campeggio organizzato per festeggiare l'addio al nubilato di Blanca. Quello che dovrebbe essere un weekend spensierato si trasforma rapidamente in un campo minato emotivo, dove rancori, tensioni irrisolte e segreti mal custoditi vengono a galla con la grazia di un elefante in una cristalleria.

Al centro della narrazione ci sono Coco e Marin, coinquilini da anni legati da un patto non scritto ma chiarissimo: non dovranno mai diventare una coppia. È la classica situazione da "solo amici" portata all'estremo, con tutto il bagaglio di ambiguità che ne consegue. Man mano che il viaggio prosegue, quella linea invisibile diventa sempre più difficile da rispettare, soprattutto quando si aggiunge al mix Aroa, la cui ossessione per Marin crea un triangolo emotivo che dovrebbe essere il motore drammatico della serie. Nel frattempo, Gus, Loren e Blanca finiscono intrappolati nelle conseguenze delle scelte altrui, spettatori involontari di un dramma che li coinvolge ma che non li rende mai davvero protagonisti. Itziar Manero interpreta Coco con una naturalezza che rende credibile il suo legame con Marin, a sua volta interpretato da Daniel Ibáñez. La chimica tra i due funziona, questo va riconosciuto.

Quando sono sullo schermo insieme senza la necessità di creare forzature drammatiche imposte dalla sceneggiatura, la loro relazione respira. Si percepisce quel tipo di intimità quotidiana che si costruisce nel tempo, fatta di gesti minimi, sguardi complici e conversazioni che non hanno bisogno di parole in eccesso. È proprio in quei momenti che la serie trova la sua dimensione migliore, quando si concede il lusso di rallentare e lasciare che i personaggi esistano senza dover necessariamente generare conflitto a ogni battuta. Il problema è che questi momenti sono troppo rari. La serie sembra avere paura del silenzio, della sottrazione, della possibilità che una relazione possa evolversi attraverso piccoli cambiamenti invece che attraverso confronti urlati o rivelazioni shock. E qui sta uno dei difetti principali di All The Truth In My Lies: la prevedibilità. Una volta compresa la natura del legame tra Coco e Marin, il percorso emotivo diventa facilmente anticipabile. Non è un peccato mortale di per sé, molte storie d'amore funzionano anche seguendo binari noti.

Ma serve che il viaggio sia coinvolgente, che i personaggi ci facciano investire emotivamente nelle loro scelte. E invece qui si ha spesso la sensazione che le cose vengano tirate per le lunghe senza un vero motivo, se non quello di riempire il minutaggio richiesto. Lucía de la Fuente interpreta Aroa con una certa intensità che rende il personaggio memorabile, anche se difficile da amare. L'affetto che prova per Marin è evidente, ma la sua necessità di restare aggrappata a lui sconfina in comportamenti al limite dello stalking emotivo. Aroa non è scritta come un personaggio puramente negativo, e questo è interessante. Cerca conferme in un contesto dove nessuno ha il coraggio di essere sincero fino in fondo, e in questo senso diventa quasi un riflesso distorto delle debolezze di tutti gli altri. Il suo arco narrativo avrebbe potuto essere esplorato con maggiore profondità, ma anche qui la serie preferisce mantenersi in superficie.

La struttura a cinque episodi ha i suoi vantaggi: la serie non si trascina, non richiede un investimento temporale eccessivo. Ma questo formato rischia anche di comprimere troppo la narrazione o, al contrario, di diluirla inutilmente. E All The Truth In My Lies cade esattamente in questa trappola. Alcuni episodi allungano i conflitti oltre il necessario, facendo girare i personaggi attorno agli stessi problemi senza avanzare realmente. Altri invece bruciano sviluppi importanti in pochi minuti, senza dare al pubblico il tempo di metabolizzare quello che sta accadendo. L'uso dei flashback che alternano il presente al passato del gruppo avrebbe potuto aggiungere strati di significato, mostrare come certi schemi si siano formati nel tempo. In alcuni casi funziona, offrendo contesto utile a comprendere le dinamiche attuali. In altri sembra più un espediente per riempire spazi vuoti che una vera scelta narrativa consapevole.

Ciò che manca davvero è il coraggio di portare fino in fondo le premesse. La serie pone domande interessanti su cosa significhi davvero conoscere qualcuno, su quanto le bugie possano sostenere una relazione prima che crolli, su come l'amore e l'amicizia possano sovrapporsi fino a diventare indistinguibili. Ma quando arriva il momento di dare risposte, di far fare ai personaggi scelte definitive che abbiano peso e conseguenze, All The Truth In My Lies preferisce restare in una zona grigia non perché sia narrativamente interessante, ma perché sembra avere paura di prendere posizione. Il risultato è una serie che non è un disastro, ha elementi che funzionano, ma resta ostinatamente ancorata a una mediocrità narrativa che non rende giustizia alle sue idee di partenza. Se siete fan delle storie di amicizie tossiche e triangoli sentimentali, potrebbe darvi qualche momento interessante. Ma non aspettatevi rivelazioni che vi tengano svegli la notte o personaggi che vi resteranno impressi a lungo.

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