Questa serie su Prime Video con Hayden Panettiere è passata da dramma femminista a soap opera assurda
La serie con Hayden Panettiere che passa da drama musicale intelligente a soap opera trash in cinque stagioni.
Creata da Callie Khouri, sceneggiatrice di Thelma e Louise, Nashville, disponibile su Prime Video, si presenta come il racconto di una rivalità spietata tra due donne: Rayna James, superstar sul viale del tramonto interpretata da Connie Britton, e Juliette Barnes, la giovane rampante senza scrupoli di Hayden Panettiere. Ma fin dalla prima stagione è chiaro che il copione è più complesso di così. La compassionevole Rayna non si limita a competere: diventa mentore involontaria di Juliette, guidandola attraverso crisi continue, dal taccheggio alle decisioni impulsive, fino alla tragica morte della madre tossicodipendente in un patto suicida-omicida. La prima stagione è televisione adulta camuffata da dramma network.
Nashville è sì inesorabilmente soap opera, con incidenti, triangoli amorosi, cause di paternità e capricci da diva, ma possiede una profondità rara. Esplora Nashville come città pulsante al cuore della cultura americana, con uno sguardo femminista sull'industria musicale che coinvolge sia le star sia gli aspiranti cantautori. E poi c'è il sottotesto politico: il marito di Rayna è un sindaco corrotto, interpretazione caustica del potere governativo. Attori del calibro di Powers Boothe nel ruolo del padre diabolico di Rayna, Lamar Wyatt, e Robert Wisdom di The Wire come vicesindaco Coleman Carlisle conferiscono peso drammatico a una serie che sembra cable drama travestita da show generalista. E poi ci sono le canzoni. Memorabili, autentiche, capaci di reggere il confronto con la vera Nashville.La serie affronta con sensibilità temi delicati: l'alcolismo di Deacon Claybourne, la fiamma che Rayna non ha mai smesso di amare, la dipendenza da pillole di Juliette e della dolce Scarlett O'Connor, le relazioni tossiche che avvelenano praticamente ogni personaggio. È televisione intelligente che usa il country come lente per guardare dentro l'anima americana. Ma già dalla seconda stagione, qualcosa inizia a scricchiolare. Non è un singolo salto dello squalo, come si dice nel gergo televisivo quando una serie perde credibilità. È piuttosto un'esibizione furiosa di dressage con gli squali, bellissima da guardare finché non lo è più. Scene memorabili nel senso sbagliato del termine si moltiplicano: l'amante del sindaco che compra un secchio di sangue di maiale per simulare un aborto spontaneo e ricattarlo. Il suo destino è pura soap opera.
L'angolazione politica e sociale scompare. I villain diventano caricature da pantomima natalizia: Jeff Fordham, il viscido boss dell'etichetta discografica, Layla Grant, l'ex concorrente di talent show che congiura nell'ombra. Le scene durano circa trenta secondi, il dramma generato da qualcuno che entra al momento sbagliato per fornire dialoghi espositivi. Le discussioni infinite tra azionisti e discografici fanno capire perché tante superstar si comportino male: è l'unica via di fuga dalla noia corporativa. Nashville sviluppa una dipendenza preoccupante dal tropo del "negro magico": personaggi neri la cui funzione narrativa è aiutare i protagonisti bianchi nella loro scoperta di sé. E quando tutti i cantautori raggiungono la fama, la tensione drammatica si dissolve come neve al sole del Tennessee.
Eppure Nashville rimane meravigliosamente stupida. Brillantezza camp ancorata da interpreti empatici come Chris Carmack nel ruolo del cantante gay Will Lexington, capaci di ammorbidire il ridicolo con autenticità emotiva. È trash televisivo di alta qualità, finché non smette di esserlo. È quando ti ritrovi a piangere per Jeff, il personaggio più odioso, che cade a morte? O quando Maddie, la figlia capricciosa di Rayna, persegue inesorabilmente l'emancipazione legale dai genitori con la tenacia di un avvocato costituzionalista? Per molti, il punto di non ritorno arriva nella quinta stagione. Rayna muore, su esplicita richiesta dell'attrice Connie Britton che vuole abbandonare la serie, dopo un coma causato da un incidente stradale. Ironia della sorte, aveva già sopravvissuto a un coma identico nella prima stagione. Segue una scena infinita in cui ogni personaggio dice addio, trasformandosi in un funerale del buon senso narrativo della serie.
Quello che resta di Nashville è una lezione su come anche le premesse più solide possano sgretolarsi quando l'ambizione creativa cede il passo alla formula, quando la profondità viene sacrificata sull'altare degli ascolti e dei colpi di scena facili. Nashville voleva raccontare la musica americana attraverso le sue donne complesse e fallibili. È finita per raccontare solo se stessa, una serie incapace di resistere alle sirene del melodramma più becero.