Questa serie su Prime Video con Hayden Panettiere è passata da dramma femminista a soap opera assurda
La serie con Hayden Panettiere che passa da drama musicale intelligente a soap opera trash in cinque stagioni.
Creata da Callie Khouri, sceneggiatrice di Thelma e Louise, Nashville, disponibile su Prime Video, si presenta come il racconto di una rivalità spietata tra due donne: Rayna James, superstar sul viale del tramonto interpretata da Connie Britton, e Juliette Barnes, la giovane rampante senza scrupoli di Hayden Panettiere. Ma fin dalla prima stagione è chiaro che il copione è più complesso di così. La compassionevole Rayna non si limita a competere: diventa mentore involontaria di Juliette, guidandola attraverso crisi continue, dal taccheggio alle decisioni impulsive, fino alla tragica morte della madre tossicodipendente in un patto suicida-omicida. La prima stagione è televisione adulta camuffata da dramma network.
La serie affronta con sensibilità temi delicati: l'alcolismo di Deacon Claybourne, la fiamma che Rayna non ha mai smesso di amare, la dipendenza da pillole di Juliette e della dolce Scarlett O'Connor, le relazioni tossiche che avvelenano praticamente ogni personaggio. È televisione intelligente che usa il country come lente per guardare dentro l'anima americana. Ma già dalla seconda stagione, qualcosa inizia a scricchiolare. Non è un singolo salto dello squalo, come si dice nel gergo televisivo quando una serie perde credibilità. È piuttosto un'esibizione furiosa di dressage con gli squali, bellissima da guardare finché non lo è più. Scene memorabili nel senso sbagliato del termine si moltiplicano: l'amante del sindaco che compra un secchio di sangue di maiale per simulare un aborto spontaneo e ricattarlo. Il suo destino è pura soap opera.
L'angolazione politica e sociale scompare. I villain diventano caricature da pantomima natalizia: Jeff Fordham, il viscido boss dell'etichetta discografica, Layla Grant, l'ex concorrente di talent show che congiura nell'ombra. Le scene durano circa trenta secondi, il dramma generato da qualcuno che entra al momento sbagliato per fornire dialoghi espositivi. Le discussioni infinite tra azionisti e discografici fanno capire perché tante superstar si comportino male: è l'unica via di fuga dalla noia corporativa. Nashville sviluppa una dipendenza preoccupante dal tropo del "negro magico": personaggi neri la cui funzione narrativa è aiutare i protagonisti bianchi nella loro scoperta di sé. E quando tutti i cantautori raggiungono la fama, la tensione drammatica si dissolve come neve al sole del Tennessee.
Quello che resta di Nashville è una lezione su come anche le premesse più solide possano sgretolarsi quando l'ambizione creativa cede il passo alla formula, quando la profondità viene sacrificata sull'altare degli ascolti e dei colpi di scena facili. Nashville voleva raccontare la musica americana attraverso le sue donne complesse e fallibili. È finita per raccontare solo se stessa, una serie incapace di resistere alle sirene del melodramma più becero.