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Questo remake con Charlize Theron e Mark Wahlberg su Netflix è destinato a rimanere nell'ombra

Questo remake del 2003 su Netflix con Charlize Theron e Michael Caine è un buon film, ma non ha raggiunto lo stesso status leggendario.

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Nel 2003, quando il regista F. Gary Gray si è trovato a rifare The Italian Job, si è confrontato con un problema che tormenta chiunque tocchi un cult movie: come replicare quella scintilla ineffabile che trasforma un film in leggenda. La sua versione, tecnicamente superiore e narrativamente più solida, non è mai riuscita a conquistare lo stesso status dell'originale del 1969. Ma perché un film definito "slack" e "xenofobo" dalla critica è diventato un fenomeno culturale capace di resistere per decenni. La risposta sta in una manciata di elementi apparentemente banali che, combinati insieme, hanno creato qualcosa di irripetibile. Una battuta di Michael Caine, tre Mini Cooper che sfrecciano per le strade di Torino, l'ultima apparizione cinematografica di Noël Coward in una performance deliberatamente camp, e una canzone abbracciata dai tifosi di calcio nei loro cori più alcolici. Ingredienti che, sulla carta, non dovrebbero bastare a costruire un mito.

Il remake ha provato a modernizzare la formula spostando l'azione da Torino a una Los Angeles patinata. Mark Wahlberg guida una banda di ladri che deve vendicare l'assassinio del loro mentore, interpretato da Donald Sutherland, per mano di un traditore incarnato da Edward Norton. La rapina iniziale a Venezia promette bene, il colpo finale su Hollywood Boulevard e nella metropolitana di Los Angeles è tecnicamente ineccepibile. Le Mini Cooper ci sono ancora, fedeli all'originale. Ma qualcosa non funziona allo stesso modo. Gary Gray ha costruito un thriller più teso, eliminando le sbavature narrative del predecessore. Ha trasformato i protagonisti da criminali motivati dall'avidità in eroi spinti dalla giustizia e dalla vendetta, rendendoli moralmente accettabili per il pubblico contemporaneo. Ha inserito un omaggio a Michael Caine facendo guardare a Edward Norton Alfie in televisione, strizzando l'occhio ai fan del film originale. Eppure, proprio questa perfezione tecnica sembra aver sterilizzato quella strana alchimia che rende un film indimenticabile.

L'originale The Italian Job era gloriosamente imperfetto, un prodotto del suo tempo che non si vergognava dei propri difetti. Noël Coward, icona del teatro britannico, accettò quello che sarebbe stato il suo ultimo ruolo cinematografico portando in scena una performance volutamente esagerata, quasi una parodia di se stesso. Quella scelta, apparentemente bizzarra, ha contribuito a creare un'atmosfera unica, sospesa tra il thriller e la commedia, tra il serio e il faceto. Le Mini Cooper che sfrecciano per Torino sono diventate un'icona visiva potente non solo per la coreografia delle scene d'azione, ma perché rappresentavano l'orgoglio britannico in miniatura: piccole, agili, capaci di beffare i sistemi di sicurezza italiani con l'astuzia tipicamente british. Un'immagine che ha parlato all'identità nazionale inglese in un'epoca in cui il paese cercava di ridefinire il proprio ruolo nel mondo.

Il remake ha replicato le auto ma non il contesto culturale. Hollywood Boulevard non evoca lo stesso fascino delle stradine di Torino, e i protagonisti americani non portano con sé quella carica identitaria che rendeva l'originale così significativo per il pubblico britannico. La vendetta al posto dell'avidità potrebbe essere più nobile, ma è anche meno interessante dal punto di vista narrativo. Forse il vero segreto dei cult movie sta proprio nella loro capacità di essere imperfetti ma autentici, di catturare un momento culturale specifico senza preoccuparsi troppo di essere universali o tecnicamente impeccabili. The Italian Job del 1969 era un film britannico che parlava agli inglesi, con tutte le sue idiosincrasie e i suoi difetti. Il remake del 2003 è un prodotto hollywoodiano ben confezionato ma privo di quella personalità ruvida che trasforma un film in qualcosa di più grande della somma delle sue parti.

Quella battuta di Caine sulle porte da far saltare continua a essere citata, le Mini Cooper rimangono nell'immaginario collettivo, e l'ultima apparizione di Coward resta una curiosità cinematografica affascinante. Il film di Gray, nonostante i suoi meriti tecnici, è destinato a rimanere nell'ombra del suo predecessore, ricordandoci che nel cinema, come in ogni arte, la perfezione non è sempre sinonimo di grandezza.

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