Riz Ahmed e un maiale parlante: la serie più strana di Prime Video (che non puoi perdere)

Su Prime Video c'è una serie con Riz Ahmed, in 6 episodi, che inizia come commedia e diventa un thriller psicologico irresistibile.

Condividi

Il modo più semplice per guardare Bait è dirti che ne proverai solo un episodio, giusto per capire di cosa si tratta. Novanta minuti dopo, sei ancora lì, a metà serie, cercando di capire quando esattamente quella che sembrava una commedia su un'audizione fallita si è trasformata in qualcosa di molto più instabile e decisamente più interessante.

Arrivata quasi in sordina su Amazon Prime Video, la miniserie in sei episodi creata da Riz Ahmed non perde tempo a tendere la sua trappola. Shah Latif, interpretato dallo stesso Ahmed, è un attore in difficoltà con giusto abbastanza visibilità per essere convocato alle audizioni importanti. Quando sbaglia clamorosamente un provino per James Bond, invece di affondare nel fallimento, si ritrova al centro di un vortice mediatico che non riesce più a controllare. Una voce inizia a circolare: potrebbe essere lui il prossimo 007. E Shah, invece di smentire, lascia che il rumor cresca, si moltiplichi, riscriva la sua intera esistenza.

Definire Bait una commedia sembra quasi fuorviante, anche se è genuinamente divertente, spesso in quel modo tagliente che ti fa chiedere se hanno davvero appena detto quella cosa. L'umorismo vive nei dialoghi, nel cambio di codici culturali, nella brutalità onesta delle dinamiche familiari che sembrano fin troppo reali. Ma proprio quando ti stai abituando a quel ritmo, la serie sterza. Compaiono elementi surreali, in particolare le conversazioni di Shah con una testa di maiale parlante, doppiata da Patrick Stewart, che in qualche modo diventa la sua coscienza, il suo critico, i suoi peggiori istinti a cui è stata data una voce.

Bait - Prime Video

Non è solo una presa in giro del mondo dello spettacolo, anche se lo è. Non è solo un ritratto di un uomo che perde il controllo della propria narrativa, anche se lo è. Non è solo un commento sulla rappresentazione e l'identità nell'era dei social media, anche se lo è anche questo. Bait è tutte queste cose insieme, stratificate in un formato che ti inganna con la sua brevità. Ogni episodio dura circa trenta minuti, abbastanza da farti pensare che puoi facilmente infilarne un altro prima di andare a dormire. E poi un altro. E un altro ancora.

Le dinamiche familiari aggiungono un altro strato di complessità. La famiglia di Shah non è semplicemente lo sfondo della sua ascesa e caduta, ma ne è parte integrante. I dialoghi con i suoi cari sono affilati, pieni di non detti e aspettative culturali che pesano quanto le ambizioni professionali. È qui che Bait mostra la sua mano più forte: nella capacità di passare dalla satira graffiante alla verità emotiva senza soluzione di continuità.

Bait non ti dà risposte facili. Non ti dice se Shah merita compassione o condanna, se l'industria è il vero villain o se il problema è più profondo, radicato nelle strutture stesse che definiscono chi può essere una star e chi no. La serie pone domande scomode sulla rappresentazione: cosa significa quando un attore di colore viene considerato per un ruolo iconicamente bianco? È progresso o è solo un altro tipo di performance? E quando quella performance fallisce, di chi è la colpa?

Continua a leggere su BadTaste