Riz Ahmed nel thriller moderno (che ribalta le regole del genere) in tendenza su Prime Video
Il thriller moderno che riporta la complessità morale di Hell or High Water. Riz Ahmed in un'analisi del capitalismo corporate.
Otto anni. Questo il tempo trascorso da quando David Mackenzie ha conquistato pubblico e critica con Hell or High Water, un western contemporaneo capace di parlare all'America moderna con la stessa intensità dei classici del genere. Ora, con Relay - Informazioni pericolose, il regista scozzese torna a fare quello che gli riesce meglio: prendere un genere cinematografico consolidato e rigenerarlo dall'interno, mantenendone l'ossatura ma iniettandovi una complessità morale e una modernità che lo rendono straordinariamente attuale. Il thriller, che ribalta le regole del genere, è in tendenza su Prime Video. Relay non è semplicemente un thriller corporate. È piuttosto una riflessione su cosa significhi operare nelle zone grigie del sistema, proprio come Hell or High Water era molto più di una rapina in banca nel Texas. Il protagonista, interpretato da un Riz Ahmed in stato di grazia, è un "corriere" di un tipo molto particolare. Non trasporta droga o denaro sporco, ma segreti.
La sua clientela è composta da informatori che hanno deciso di denunciare le malefatte delle grandi corporation per cui lavorano. Qui sta il primo ribaltamento geniale della sceneggiatura di Justin Piasecki. Quello che inizialmente sembra configurarsi come un classico thriller alla The Insider o The Firm, con il protagonista che smaschera i segreti aziendali, si rivela essere l'esatto opposto. Tom, questo il nome del personaggio di Ahmed, non vuole rivelare nulla. Il suo lavoro consiste nel proteggere chi sa troppo, nell'assicurarsi che le informazioni sensibili non cadano nelle mani sbagliate e che i suoi clienti non subiscano ritorsioni, intimidazioni o peggio da parte delle multinazionali che hanno osato sfidare. È un ruolo che lo rende complice di un sistema corrotto, ma per ragioni paradossalmente nobili.Questa ambiguità morale è esattamente il territorio che Mackenzie sa navigare con maestria. Come Chris Pine in Hell or High Water era un rapinatore di banche che però rubava per salvare il ranch di famiglia e garantire un futuro ai nipoti, Tom è un fixer che opera nell'ombra del capitalismo corporativo ma lo fa per proteggere gli ultimi brandelli di coscienza morale che ancora sopravvivono al suo interno. La struttura narrativa di Relay riprende molti degli elementi che hanno reso Hell or High Water un instant classic del neo-western. C'è la stessa attenzione maniacale ai dettagli procedurali, il piacere quasi artigianale nel mostrare come funziona il lavoro del protagonista. Se in Hell or High Water seguivamo meticolosamente il piano delle rapine, qui assistiamo al complesso balletto di comunicazioni criptate, protocolli di sicurezza e strategie di evasione che Tom mette in atto per i suoi clienti.
Ma Mackenzie non perde mai di vista l'umanità dei suoi personaggi. Tom è efficiente, professionale, glaciale quando serve. Eppure non è un supereroe d'azione né un genio infallibile. È un uomo disconnesso dal mondo, che ha scelto una professione che richiede l'isolamento come prerequisito. La sua disponibilità ad aiutare ha dei limiti chiari e dichiarati: se una situazione diventa troppo pericolosa, se i rischi superano i benefici, Tom è il primo ad ammettere che se ne andrà, lasciando il cliente al proprio destino. Questa onestà brutale, questa consapevolezza dei propri confini, rende il personaggio tremendamente contemporaneo. Non siamo di fronte all'eroe classico che si sacrifica per gli altri. Tom è un professionista che ha trovato un modo per fare del bene operando in un sistema marcio, ma senza illudersi di poterlo cambiare o di esserne immune. È la stessa pragmatica disillusione che animava i fratelli Howard in Hell or High Water, quella sensazione che il sistema sia truccato ma che si possa comunque trovare un margine di azione, un modo per non essere completamente schiacciati.
Visivamente, Relay abbandona i paesaggi aridi e sconfinati del Texas per immergersi nell'architettura fredda e asettica del mondo corporate: uffici, alberghi anonimi, strade urbane. Eppure Mackenzie riesce a creare lo stesso senso di isolamento e alienazione. I grattacieli di vetro e acciaio diventano i nuovi deserti, luoghi dove l'individuo è solo quanto lo sarebbe in mezzo al nulla. La macchina da presa segue Tom con la stessa pazienza contemplativa con cui seguiva Toby e Tanner, lasciando che i silenzi parlino tanto quanto i dialoghi. L'azione, quando esplode, lo fa con una violenza improvvisa e realistica che ricorda le migliori sequenze di Hell or High Water. Niente coreografie impossibili o esplosioni hollywoodiane: solo la brutalità secca e imprevista della violenza reale, quella che ti coglie impreparato e ti lascia scosso. Sono momenti che Mackenzie calibra con precisione chirurgica, sapendo esattamente quando far esplodere la tensione accumulata e quando invece lasciarla sedimentare.
In un panorama cinematografico sempre più polarizzato tra blockbuster privi di sostanza e cinema d'autore ostinatamente respingente, Relay si posiziona in quello spazio intermedio che sta diventando sempre più raro: un film che rispetta l'intelligenza del pubblico senza rinunciare alla tensione narrativa, che affronta temi complessi senza diventare pretenzioso, che si prende sul serio senza perdere il senso del ritmo e dello spettacolo. David Mackenzie dimostra ancora una volta di essere uno dei registi più interessanti del cinema contemporaneo, capace di muoversi tra generi diversi mantenendo una coerenza tematica e stilistica che è il vero segno distintivo degli autori. Se Hell or High Water era il suo western, Relay è il suo thriller. E come il suo predecessore, ha tutte le carte in regola per diventare un punto di riferimento per il genere che ha scelto di rinnovare.