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Ron Perlman crede che Dio gli parli: la serie su Prime Video che divide, tra visioni e follia

Su Prime Video, la serie con Ron Perlman che non ha mantenuto le promesse. Un giudice tra fede e follia in un thriller incompiuto.

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Ci sono premesse narrative che sulla carta sembrano oro colato. Un giudice potente che, dopo una tragedia familiare devastante, inizia a credere che Dio gli stia parlando attraverso allucinazioni, ordinandogli di fare giustizia con le proprie mani. Aggiungi Ron Perlman nel ruolo principale, un regista come Marc Forster alla regia, e hai tutti gli ingredienti per una serie che potrebbe spaccare. Eppure Hand of God, arrivata su Amazon Prime nel settembre 2015, è rimasta uno di quei casi in cui le potenzialità restano incompiute, schiacciate da un'esecuzione che non riesce mai a trovare la propria identità. La serie parte da un pilot che aveva conquistato il pubblico di Amazon Studios, ottenendo valutazioni talmente alte da garantirle subito un ordine per una stagione completa di dieci episodi. Ma quello che funziona in un episodio pilota non sempre regge il peso di un'intera stagione, e Hand of God ne è la dimostrazione lampante.

La storia ruota attorno a Pernell Harris, giudice rispettato e uomo di potere, interpretato da un Ron Perlman in stato di grazia fisica ma incastrato in un personaggio che non riesce mai a decollare narrativamente. La sua vita va in frantumi quando il figlio PJ tenta il suicidio dopo essere stato costretto ad assistere allo stupro della moglie Jocelyn. PJ finisce in coma, e Pernell inizia a sentire la voce del figlio che lo guida, convinto che si tratti di messaggi divini che lo porteranno a scoprire chi ha violentato la nuora e, più in generale, a fare giustizia contro i malvagi. È una premessa che gioca sul confine sottile tra fede e follia, tra ispirazione divina e breakdown mentale. E questo è esattamente il territorio che Hand of God dovrebbe esplorare con coraggio, ma che invece percorre con passi incerti e contraddittori. La moglie di Pernell, Crystal, interpretata da una sempre impeccabile Dana Delany, rappresenta la voce della ragione: è convinta che il marito stia avendo un crollo nervoso.

Ma la serie non prende mai una posizione chiara, lasciando lo spettatore in un limbo che dovrebbe essere intrigante ma che finisce per risultare semplicemente frustrante. Il problema principale è che Hand of God non sembra sapere cosa vuole essere. È un thriller investigativo? Una riflessione teologica sulla natura della fede? Un crime drama sulle corruzioni del potere? Un'analisi psicologica di un uomo che perde il senno? La risposta è che cerca di essere tutto questo contemporaneamente, ma non riesce a essere nulla in modo convincente. Le indagini di Pernell lo portano a collaborare con KD, un ex detenuto interpretato da Garret Dillahunt, che emerge come il personaggio più interessante dell'intera serie. KD è emotivamente complesso, vulnerabile e pericoloso allo stesso tempo, un vero credente che esegue il lavoro sporco di Pernell senza fare troppe domande. È in questi momenti, quando la serie si concentra sulla dinamica tra Pernell e KD, che Hand of God mostra il suo potenziale inespresso.

Hand of God è una serie che oscilla costantemente, senza mai sporcarsi davvero le mani nonostante i suoi temi estremi. È cupa senza essere grittosa, violenta senza essere davvero disturbante, teologica senza essere profonda. È l'incarnazione perfetta di un'opera che assaggia ogni possibilità senza mai impegnarsi fino in fondo in nessuna direzione. E questo è un problema serio in un'epoca televisiva sovraffollata. Nel 2015, quando Hand of God è arrivata su Amazon Prime, il pubblico aveva già a disposizione centinaia di serie sceneggiate tra cui scegliere. Per emergere, una serie deve avere una voce chiara, un'identità precisa, qualcosa che la renda imperdibile. Hand of God non offre nessuna di queste cose. Non è abbastanza intrigante da divorare in un weekend, non è abbastanza provocatoria da generare dibattito, non è abbastanza emotiva da creare un legame profondo con i personaggi.

Il cast fa quello che può con il materiale a disposizione. Perlman porta la sua presenza fisica imponente e la sua capacità di incarnare uomini tormentati, ma il personaggio resta monodimensionale. Delany ruba la scena ogni volta che appare, dimostrando ancora una volta perché sia una delle attrici più sottovalutate della televisione americana. Dillahunt conferma il suo talento nel costruire personaggi sfaccettati partendo da ruoli apparentemente secondari. Ma nemmeno un cast di questo livello può compensare una scrittura che non sa dove vuole andare. Hand of God pone domande interessanti sulla natura della fede, sulla vendetta, sulla giustizia divina contro quella umana, ma non offre mai risposte soddisfacenti. E va bene non dare risposte definitive, anzi, è spesso il segno di una narrazione matura. Ma serve almeno esplorare le domande con profondità.

Il verdetto finale è che Hand of God rappresenta un'occasione sprecata. Con una premessa così forte, un cast così talentuoso e mezzi di produzione evidentemente adeguati, avrebbe dovuto essere molto più di quello che è. Invece resta un esperimento incompiuto, una serie che chiede al suo pubblico di avere fede nella sua visione senza mai meritarsela davvero. E in un panorama televisivo dove ogni minuto del nostro tempo è prezioso, questa è una richiesta che pochi spettatori sono disposti ad accettare.

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