FILM

Sebastian Stan cambia volto, in questo film (che non emoziona) appena approdato su Netflix

Questo film con Sebastian Stan su Netflix esplora identità e accettazione, ma risulta vuoto.

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Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo indossato una maschera. Non quella di carnevale, ma quella invisibile che ci mettiamo addosso quando vogliamo sembrare diversi da quello che siamo. A Different Man, il film scritto e diretto da Aaron Schimberg distribuito da A24 e disponibile su Netflix, prende questa metafora e la rende letterale. Sebastian Stan interpreta Edward, un uomo il cui volto deformato diventa un ostacolo alla vita che vorrebbe vivere. Quando una procedura medica gli regala una nuova faccia, Edward pensa di aver trovato la chiave per la felicità. Ma la verità è molto più complicata. Il film parte con forza, indugiando sulla solitudine di Edward. Il suo appartamento è uno specchio del suo stato mentale: il soffitto è una macchia nera di muffa che perde continuamente, il disordine regna sovrano. Edward è un recluso, oggetto di sguardi disgustati e battute crudeli.

La sua unica finestra sul mondo si apre quando Ingrid, interpretata da Renate Reinsve (la protagonista de L'evento più importante della mia vita), si trasferisce nell'appartamento accanto e mostra interesse per lui. Ma quella connessione è destinata a essere breve. La trasformazione fisica di Edward diventa il fulcro narrativo. Con un nuovo volto, assume una nuova identità: Guy. Finalmente può provare a realizzare le ambizioni che credeva impossibili. Ma il film di Schimberg pone una domanda scomoda: puoi davvero essere felice se fingi di essere qualcun altro. La risposta, prevedibilmente, è no. Edward si ritrova intrappolato in una rete di menzogne, incapace di essere autentico perché la sua intera esistenza si basa su una falsità. Il colpo di scena arriva con l'introduzione di Oswald, interpretato da Adam Pearson, un uomo che condivide la stessa deformazione facciale di Edward prima della trasformazione.

Ma Oswald è tutto ciò che Edward non è mai stato: sicuro di sé, circondato da amici, attivo, innamorato della vita. Questa contrapposizione dovrebbe essere il cuore emotivo del film, la rivelazione che il problema di Edward non era il suo aspetto ma la sua incapacità di accettarsi. E qui emerge il limite più grande di A Different Man: il film comprende il messaggio, ma non riesce a farlo sentire. La sceneggiatura privilegia la trama rispetto al personaggio. Edward non è mai veramente tridimensionale. Si muove attraverso la storia come un'idea, un simbolo del disagio esistenziale, piuttosto che come un essere umano in carne e ossa. Sebastian Stan fa quello che può con il materiale a disposizione, ma anche la sua interpretazione risulta emotivamente distante, quasi glaciale. È difficile investire in un protagonista che sembra svuotato dall'interno, soprattutto quando il film stesso non sembra particolarmente interessato a esplorare la sua interiorità.

C'è un momento in cui Ingrid scrive una pièce teatrale basata sulla vita di Edward, e lui, ormai trasformato in Guy, ottiene la parte principale. Il paradosso è deliziosamente amaro: Edward interpreta se stesso mentre finge di non essere se stesso. Ma anche questa premessa ricca di potenziale viene trattata in superficie. Il film oscilla tra toni diversi, passando dall'umorismo nero al thriller psicologico senza mai trovare un equilibrio stabile. L'umorismo nero è forse l'aspetto meglio riuscito. Ci sono battute taglienti e situazioni grottesche che funzionano, momenti in cui la regia di Schimberg riesce a sorprendere. Ma queste fiammate di genio sono disperse in una narrazione che diventa sempre più faticosa da seguire, specialmente nella seconda metà. Il ritmo si trascina, le scene si ripetono concettualmente, e la colonna sonora continua ostinatamente a ricordarci che dovremmo essere in tensione, anche quando sullo schermo non succede nulla di particolarmente thrilling.

Il vero problema di A Different Man è la mancanza di sincerità emotiva. Il film vuole essere profondo, vuole interrogarci sulla natura dell'identità e sul prezzo della disonestà. Ma non porta abbastanza cuore al tavolo. La distanza emotiva tra lo spettatore e Edward è incolmabile, e questo rende difficile preoccuparsi del suo destino. Capisci cosa Schimberg vuole dire, ma non lo senti. È un peccato, perché la premessa è solida. L'idea che la felicità non arrivi dal cambiamento esteriore ma dall'accettazione interiore è vecchia quanto il mondo, ma resta potente se raccontata bene. Qui, invece, tutto sembra asettico, calcolato, privo di quella scintilla vitale che trasforma un'idea interessante in un'esperienza cinematografica memorabile. Il film diventa progressivamente ridicolo, audace in alcuni momenti ma mai abbastanza coraggioso da abbracciare pienamente la sua stranezza o da scavare davvero nel dolore del suo protagonista.

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