Stasera in TV, Principe libero: chi era davvero Fabrizio De André, il cantautore che ha cambiato l'Italia

Fabrizio De André: vita, amori e musica del cantautore genovese. Stasera su Rai 1 il film con Luca Marinelli. Il rapimento, le donne e l'arte ribelle di Faber.

Condividi

C'è una citazione che Fabrizio De André amava ripetere, presa da un capitano pirata del XVII secolo: "Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare". Non è solo una frase ad effetto. È la chiave per comprendere un uomo che ha trasformato la propria ribellione in poesia, la propria sensibilità in canzoni che hanno segnato generazioni, facendo dell'anticonformismo non una posa ma una scelta di vita radicale.

Questa sera la Rai trasmette Fabrizio De André: Principe libero, il film biografico del 2018 diretto da Luca Facchini che racconta la vita del cantautore genovese attraverso 190 minuti intensi. Un'opera che va in onda su Rai 1 alle 21.30 e che merita attenzione non solo per gli appassionati del cantautore, ma per chiunque voglia capire come un artista possa davvero fare la differenza nella cultura di un paese.

Il film ha il coraggio di non limitarsi alla celebrazione agiografica. Parte dalla giovinezza ribelle di De André, quando Genova era ancora una città portuale che oscillava tra borghesia conservatrice e fermenti anarchici. Qui si forma l'identità di un ragazzo che rifiuta le convenzioni familiari, che preferisce le osterie ai salotti buoni, che scopre nella musica non un mestiere ma una necessità espressiva.

Principe libero - RaiPlay



Luca Marinelli, in quello che molti considerano uno dei suoi ruoli più riusciti, restituisce questa complessità con una prova d'attore che va oltre la semplice imitazione fisica. C'è lo sguardo malinconico, la voce roca, ma soprattutto c'è la capacità di mostrare le contraddizioni di un uomo che componeva canzoni d'amore struggenti mentre la sua vita sentimentale attraversava terremoti emotivi.

Gli amori di De André non sono semplici parentesi biografiche: sono materia viva che alimenta la sua arte. Il film esplora la relazione con Puny, Enrica Rignon, la prima moglie, e quella successiva con Dori Ghezzi, che diventerà compagna definitiva e custode della sua eredità artistica. Valentina Bellè ed Elena Radonicich interpretano questi due poli femminili con sensibilità, mostrando come le donne nella vita di Faber non fossero muse passive ma interlocutrici, complici, a volte contrappesi necessari alla sua tendenza autodistruttiva.

Ma è impossibile parlare di De André senza affrontare il momento che ha segnato uno spartiacque nella sua esistenza: il rapimento in Sardegna nell'estate del 1979. Faber e Dori vengono sequestrati dall'Anonima Sequestri e tenuti prigionieri per quattro mesi nelle campagne della Barbagia. Un'esperienza traumatica che però, paradossalmente, diventa occasione di riflessione profonda. Il film non spettacolarizza l'evento ma ne restituisce l'impatto psicologico: la paura, certo, ma anche l'incontro con una Sardegna arcaica, con codici d'onore pre-moderni, con una marginalità sociale che De André aveva sempre cantato ma mai vissuto così da vicino.

Da quella prigionia emerge trasformato. Non vittima ma testimone. Le canzoni successive portano il segno di quell'esperienza: una comprensione più profonda della complessità umana, della differenza tra illegalità e ingiustizia, tra legge e giustizia. Temi che attraversano album fondamentali come Creuza de mä, dove la scelta di cantare in dialetto genovese diventa ulteriore gesto controcorrente in anni dominati dall'omologazione linguistica.

Il percorso artistico di De André è costellato di crisi creative, momenti di blocco, dubbi sulla propria capacità di dire ancora qualcosa di rilevante. Il film diretto da Luca Facchini non nasconde questi passaggi, anzi li valorizza come parte necessaria di un processo creativo che rifuggiva le formule facili e il compiacimento. Ogni disco era una scommessa, ogni canzone doveva avere una ragione d'essere che andasse oltre il mercato discografico.

Quello che emerge, in queste oltre tre ore di racconto, è il ritratto di un uomo che ha fatto della coerenza una bussola esistenziale. In anni di piombo, quando schierarsi era quasi obbligatorio, De André sceglie la parte degli ultimi: non per ideologia ma per empatia naturale verso chi sta ai margini. Canta i perdenti, le prostitute, gli anarchici, i transessuali, i carcerati. Non per provocazione ma perché riconosce in loro una dignità che la società nega.

La sua musica non invecchia perché nasce da uno sguardo antropologico prima ancora che politico. De André osserva l'umanità con la curiosità di chi sa che ogni esistenza, anche la più marginale, contiene universi da esplorare. Per questo le sue canzoni continuano a parlare anche a chi non ha vissuto quegli anni, anche alle generazioni cresciute con altri linguaggi musicali.

Fabrizio De André: Principe libero è un film che riesce nell'impresa di raccontare un mito senza mitizzare, di celebrare un'icona restituendone la dimensione umana. Perché Faber era questo: un principe senza regno che ha dichiarato guerra al conformismo armato solo di una chitarra e di una sensibilità fuori dal comune. Un artista che ha dimostrato come la vera libertà non stia nel fare ciò che si vuole, ma nell'essere fedeli a ciò che si è, costi quel che costi.

Fonte / StaserainTV.com
Continua a leggere su BadTaste