FILM

Su Netflix, Joaquin Phoenix in una performance da Oscar (che ha diviso il mondo del cinema)

Il film con Joaquin Phoenix su Netflix è stato acclamato, ma anche definito tossico e irresponsabile. Analisi del film di Todd Phillips.

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Quando le luci si sono riaccese alla Mostra del Cinema di Venezia nell'agosto 2019, qualcosa di inaspettato è accaduto. Otto minuti di standing ovation per un film che, nelle settimane successive, sarebbe diventato il bersaglio di una crociata morale senza precedenti per un blockbuster hollywoodiano. Joker di Todd Phillips (disponibile su Netflix) ha vinto il Leone d'Oro (e Joaquin Phoenix, l'Oscar), il massimo riconoscimento del festival, ma ha anche innescato un dibattito feroce che ha travalicato i confini della critica cinematografica per entrare nel territorio dell'etica, della responsabilità sociale e della rappresentazione della violenza. Come può un film trionfare sul palco più prestigioso del cinema internazionale e contemporaneamente essere etichettato come "tossico", "cinico" e "irresponsabile" da parte di critici, commentatori e osservatori culturali? La risposta sta nella natura profondamente divisiva di quest'opera, che prende un personaggio iconico della DC Comics e lo trasforma in qualcosa di radicalmente diverso da tutto ciò che abbiamo visto prima.

Todd Phillips, il regista della trilogia di Una notte da leoni, non è esattamente il nome che ti aspetteresti dietro un dramma psicologico cupo e disturbante. Le sue commedie precedenti hanno fatto fortuna cavalcando gli impulsi più bassi del pubblico, con una formula di nichilismo sgradevole mascherato da risate fragorose. Phillips stesso ha lamentato pubblicamente come la "cultura woke" abbia ucciso questo tipo di commedie. Con Joker, però, mantiene quella visione del mondo dispeptica e amareggiata, ma elimina completamente le risate. E quando nessuno ride più, le cose si fanno davvero inquietanti. Il film attinge a piene mani da due fonti principali: Re per una notte di Martin Scorsese, la satira feroce sui media e la celebrità, e Batman: The Killing Joke, la graphic novel di Alan Moore e Brian Bolland che esplora le origini del cattivo più iconico di Gotham. Il risultato è un cocktail distruttivo di autocommiserazione rabbiosa e autoindulgenza, servito con un disprezzo totale per le conseguenze. I personaggi sono ubriachi di rancore, e questa volta non c'è catarsi comica a stemperare il disagio.

Ma se c'è un elemento che salva Joker dall'essere solo un esercizio di provocazione gratuita, quello è Joaquin Phoenix. La sua interpretazione di Arthur Fleck è semplicemente ipnotica, un lavoro di costruzione fisica e psicologica che ricorda l'Oscar vinto da Heath Ledger per Il cavaliere oscuro. Phoenix ha ridotto il suo corpo a uno stato scheletrico che fa impallidire persino la trasformazione di Christian Bale in The Machinist. Una dieta di nicotina e dolore, letteralmente. Arthur Fleck è un incubo tragicomico: un clown vessato che fa roteare cartelli pubblicitari per sbarcare il lunario, afflitto da una condizione medica che trasforma le sue urla interiori in risate incontrollabili. Vive con sua madre Penny in una Gotham marcia, sommersa dalla spazzatura per gli scioperi dei netturbini e invasa da ratti mutanti. Sogna di diventare un comico di stand-up, ma non ha la minima idea di cosa la gente trovi davvero divertente. Una combinazione letale.

Arthur brama un'adorazione immeritata e ottiene la stessa scarica di adrenalina dalla violenza che alimentava il mostro di Michael Rooker in Henry: pioggia di sangue. Che stia inseguendo la sua vicina single Sophie, accoltellando un ex collega al collo o pavoneggiandosi oscenamente sulle note immaginarie di Rock and Roll Part 2 di Gary Glitter, Arthur non è certo una figura simpatica. È patetico, e questa è una distinzione fondamentale. Visivamente, Joker ha un'estetica studiata e retrò. Il film si apre con il logo Warner del 1972 disegnato da Saul Bass e il direttore della fotografia Lawrence Sher usa ripetutamente obiettivi lunghi, concentrandosi su volti parzialmente oscurati da figure sfocate in primo piano, come se la macchina da presa stesse spiando il suo soggetto da dietro la spalla di qualcuno. Ci sono riferimenti sottili a testi chiave degli anni Settanta come Quinto potere di Sidney Lumet, insieme a insegne di cinema che pubblicizzano uscite dei primi anni Ottanta come Blow Out e Zorro, the Gay Blade.

Alcuni critici hanno accusato Phillips di creare un manifesto per incel e lupi solitari, un ritratto troppo comprensivo di un uomo bianco violento. Altri hanno difeso il film come un'opera d'arte coraggiosa che non deve fornire risposte morali facili. La verità, probabilmente, sta nel mezzo: Joker è un film profondamente problematico, ma anche innegabilmente potente, tenuto insieme da una performance incendiaria di Phoenix che merita ogni riconoscimento ricevuto. Quando Arthur Fleck diventa Joker, non stiamo assistendo alla nascita di un supercattivo fumettistico. Stiamo vedendo il collasso di un sistema sociale, riflesso nella psiche disintegrata di un singolo individuo. E forse è questo che rende il film così disturbante: non mostra mostri, mostra vittime che diventano mostri. E in un'epoca di polarizzazione crescente, disuguaglianza economica e rabbia sociale, quel riflesso è troppo accurato per essere confortevole.

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