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Su Netflix, una storia di due matrimoni al collasso raccontata con maturità e senza melodrammi

Su netflix, un film sull'annullamento che sceglie sensibilità e maturità invece del melodramma.

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In mezzo a commedie rumorose e horror adrenalinici, UnMarry, su Netflix, si distingue per ciò che non fa: non urla, non indulge nei melodrammi esagerati, non trasforma la fine di un matrimonio in un ring da wrestling emotivo. Diretto da Jeffrey Jeturian e interpretato da Angelica Panganiban e Zanjoe Marudo, questo film sceglie la strada meno battuta del cinema filippino: raccontare l'annullamento con sensibilità, maturità e un rispetto quasi raro per l'intelligenza del pubblico.

Per chi si aspetta il solito dramma coniugale fatto di piatti lanciati, porte sbattute e battute al vetriolo scambiate a velocità supersonica, questo film rappresenterà uno shock culturale. Ma è proprio in questa scelta controcorrente che risiede la sua forza. UnMarry non è interessato a spettacolarizzare il dolore: vuole guardarlo negli occhi, con la calma necessaria per capirlo davvero. La trama intreccia due storie parallele di crisi matrimoniali agli antipodi. Da una parte c'è Celine, interpretata da Angelica Panganiban, una donna che ha superato il punto di non ritorno con il marito ricco Stephen, interpretato da Tom Rodriguez. Le umiliazioni costanti hanno eroso la sua autostima fino alle fondamenta, e ora lei vuole solo uscire da quel matrimonio tossico.

Dall'altra parte troviamo Ivan, il personaggio di Zanjoe Marudo, un uomo che si aggrappa disperatamente al suo matrimonio mentre la moglie Maya, interpretata da Solenn Heussaff, chiede l'annullamento per proteggere il loro figlio Elio dalle conseguenze della dipendenza dall'alcol del padre. Due situazioni speculari, due persone che affrontano il dolore da angolazioni opposte. Celine vuole fuggire, Ivan vuole trattenere. Un elemento visivo che colpisce è la scelta estetica del regista Jeffrey Jeturian. Invece di optare per palette scure e atmosfere cupe, come ci si aspetterebbe da un film sulla fine dell'amore, UnMarry è girato con colori vivaci, luci brillanti e location pulite, quasi asettiche. Gli uffici sembrano appena inaugurati, le auto parcheggiate davanti al tribunale brillano come fossero uscite dal concessionario quella mattina, le pareti sono immacolate anche se l'ascensore non funziona mai.

A prima vista questa scelta può sembrare incongruente con la gravità della storia raccontata. Ma forse è proprio qui il punto. I personaggi, pur vivendo tragedie personali, continuano a presentare al mondo una facciata perfetta, impeccabile, inattaccabile. L'edificio dell'avvocato diventa una metafora visiva: fuori tutto luccica, dentro le cose sono rotte e vanno riparate. È un modo sottile di raccontare l'ipocrisia sociale, la necessità di sembrare forti anche quando si sta crollando. In un panorama cinematografico che spesso confonde il volume con l'intensità e il dramma con l'isteria, questo lavoro si prende il lusso della riflessione.

Racconta la fine di un amore senza demonizzare nessuno, senza cercare colpevoli facili, senza trasformare il dolore in spettacolo (come fa invece Marriage Story, di cui Baumbach racconta un'conica scena). È un approccio maturo, rispettoso, quasi insolito per il grande schermo filippino. La regia di Jeturian non cerca effetti speciali emotivi. Preferisce la sottrazione all'eccesso, il silenzio al rumore. E in questo silenzio, paradossalmente, si sente molto di più. Si sentono le crepe di un matrimonio che si sgretola, il peso delle parole non dette, la fatica di amare qualcuno che non riesci più a riconoscere. Si sente la solitudine di chi deve affrontare un tribunale per chiudere un capitolo che aveva immaginato eterno.

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