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Su Prime Video, c'è una serie a metà tra ritratto storico e horror soprannaturale (che divide la critica)

Loro, la serie Prime Video che racconta il razzismo americano, ma che non convince la critica.

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Nell'aprile del 2021, Amazon Prime Video lancia Loro, una serie antologica creata da Little Marvin e prodotta da Lena Waithe che promette di raccontare le ferite del razzismo americano attraverso le lenti deformanti dell'horror, ma che divide la critica. Dopo il successo di Watchmen e Lovecraft Country, il pubblico è pronto a un nuovo capitolo di quella narrazione che usa il genere per scavare nelle cicatrici della Storia. Ma qualcosa, nel percorso dalla premessa alla realizzazione, si è irrimediabilmente inceppato.

La prima stagione ci porta nella Compton degli anni Cinquanta, dove la famiglia Emory, Henry e Lucky con le loro due figlie, si trasferisce dalla Carolina del Nord come parte della Grande Migrazione. Cercano un futuro migliore, lontano dalla violenza esplicita del Sud segregazionista. Quello che trovano è un inferno diverso, più subdolo ma altrettanto feroce. Un quartiere bianco che li accoglie con ostilità crescente, vicini che trasformano la quotidianità in un incubo, presenze soprannaturali che si mescolano alla brutalità fin troppo umana del razzismo.

Ashley Thomas e Deborah Ayorinde interpretano Henry e Lucky con una dedizione che trascende il materiale. Riescono a incarnare una sensibilità autentica degli anni Cinquanta, evitando l'anacronismo che spesso affligge le ricostruzioni d'epoca. I loro personaggi rifiutano il ruolo di vittime passive, anche quando tutto il mondo sembra congiurare per trascinarli nell'abisso. Le figlie, interpretate da Shahadi Wright Joseph e Melody Hurd, affrontano orrori propri, in un crescendo di tensione che dovrebbe farci riflettere sulla pervasività del razzismo in ogni aspetto dell'esistenza.

Visivamente, la serie colpisce nel segno. Le sequenze iniziali mostrano gli Emory in ambienti integrati - un negozio di elettrodomestici, una soda fountain - serviti da dipendenti bianchi con cortesia professionale. Il punto viene fatto con eleganza: la famiglia ha lasciato il bigottismo esplicito del Sud per le insidie più sottili della California, dove l'odio si camuffa dietro sorrisi di circostanza e promesse immobiliari mai mantenute. La scena con l'agente immobiliare che dissimula è pervasa da una tensione strisciante che funziona perfettamente, rendendo il terrore palpabile senza bisogno di effetti speciali.

Ma è proprio quando Loro decide di amplificare gli elementi soprannaturali che la costruzione inizia a scricchiolare. Il problema fondamentale della serie emerge con nitidezza nel personaggio di Betty Wendell, interpretata da Alison Pill. Betty si autoproclama capo del comitato di benvenuto, per poi trasformarsi in un demone vendicativo quando scopre il colore della pelle dei nuovi vicini. I suoi pregiudizi sono reali, storicamente documentati, parte integrante del tessuto dell'America segregata. Il problema è che Them non resiste alla tentazione di dare a Betty un background che giustifica la sua rabbia attraverso una forma di dissociazione psicologica con sottotesti vagamente incestuosi. Trasformandola in un mostro letterale, la serie evita di confrontarsi con l'idea più disturbante: che pregiudizi come i suoi esistano nelle persone comuni, senza bisogno di traumi soprannaturali o patologie mentali.

È qui che la strategia narrativa rivela la sua debolezza strutturale. Usare il soprannaturale per rappresentare l'impotenza e l'isolamento dei personaggi neri negli anni Cinquanta può essere uno strumento potente. Ma quando il soprannaturale diventa spiegazione dell'odio che quei personaggi affrontano, si finisce per assolvere parzialmente gli elementi realisticamente maligni. Se Betty è posseduta, tormentata, dissociata, allora la responsabilità del suo razzismo viene diluita. Non è più necessario investigare come questi pregiudizi si annidino nella normalità, come persone comuni possano commettere atti di ordinaria crudeltà.

Questo rappresenta un'inversione problematica rispetto alle serie che l'hanno preceduta. Watchmen e Lovecraft Country (che non avrà una seconda stagione) usavano il genere per investigare la razza, piegando supereroi e mostri alla necessità di raccontare verità storiche e sociali. Them, invece, finisce per usare la razza per investigare il genere, mettendo il razzismo al servizio di jump scare e tensione viscerale al centro di una riflessione significativa.

Limpressione finale è che la mente degli autori sia più saldamente focalizzata sui modi in cui potrebbero farci sobbalzare che su cosa quei sobbalzi dovrebbero rivelarci. È una mancanza di equilibrio che tradisce le premesse iniziali e che rende l'intera operazione meno incisiva di quanto avrebbe potuto essere. Resta una serie tecnicamente ben fatta, con momenti di reale potenza visiva e interpretativa. Ma nel tentativo di essere simultaneamente un ritratto storico e un horror soprannaturale, finisce per diluire entrambe le anime, lasciando lo spettatore con la sensazione di aver assistito a qualcosa di meno definitivo di quanto promesso.

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