Su Prime Video, c'è una serie imperdibile (che raccoglie l'eredità di un famoso progetto di Ingmar Bergman)
La serie erede spirituale di Ingmar Bergman, con Jessica Chastain e Oscar Issac, rompe la quarta parete fin dall'inizio. Analisi del progetto e del suo successo.
Quando nel 2021 HBO ha deciso di rivisitare uno dei capolavori più laceranti della televisione europea, la miniserie Sene da un matrimonio di Ingmar Bergman del 1973, in pochi avrebbero scommesso su una scelta così radicale. Eppure, la serie con Jessica Chastain e Oscar Isaac non si limita a riproporre la storia di un matrimonio che si sgretola: la reinventa, la attualizza e, soprattutto, la racconta partendo da un presupposto narrativo che sembra voler sabotare ogni convenzione del racconto televisivo moderno.
L'originale di Bergman resta una pietra miliare: sei episodi di circa un'ora ciascuno che seguono, senza sconti né consolazioni, il disfacimento di un legame coniugale nell'arco di un decennio. La serie era talmente cruda e spietata da alimentare la leggenda secondo cui avrebbe fatto raddoppiare i tassi di divorzio in Svezia. Una leggenda, appunto, ma che testimonia l'impatto emotivo devastante di quella narrazione. Un'opera che ha influenzato film acclamati come Marriage Story di Noah Baumbach e che, quasi cinquant'anni dopo, continua a parlare alle generazioni successive.
Ma è proprio qui che la versione HBO compie il suo primo, spiazzante colpo di teatro. La serie non inizia con i protagonisti nella loro casa borghese, né con un dialogo apparentemente innocuo che nasconde crepe profonde. No: si apre con Jessica Chastain fuori dal personaggio, circondata da membri della troupe mascherati per le normative anti-Covid, che si prepara a girare la scena. Sentiamo il ciak, vediamo l'attrice trasformarsi, entrare nel ruolo mentre inizia a narrare gli eventi. Un'operazione meta-cinematografica che ricorda certe audacie narrative di The OA, la serie sci-fi del 2016 che giocava con i confini tra realtà e finzione.
Per chiunque sia abituato all'immersione totale che cinema e televisione cercano di garantire, quei primi secondi sono stranianti. Viviamo in un'epoca in cui il successo di una produzione si misura anche dalla capacità di far dimenticare allo spettatore di essere davanti a uno schermo, di fargli credere che quei personaggi esistano davvero. Le serie televisive considerate tra le migliori di sempre devono proprio a questa magia il loro fascino: ci affezioniamo a persone che non sono mai esistite, soffriamo per eventi mai accaduti. E invece, Scene da un matrimonio ci sbatte in faccia che stiamo guardando attori su un set, che tutto è finzione.
Il tema centrale di entrambe le versioni è la finzione, il recitare. Non solo quella professionale degli attori, ma quella quotidiana dei coniugi che interpretano ruoli predefiniti, che fingono felicità, che nascondono verità scomode. Marianne e Johan nell'originale, Mira e Jonathan nella versione 2021, sono tutti impegnati in una rappresentazione. Mostrare il dietro le quinte della produzione televisiva aggiunge un ulteriore strato a questa riflessione: se già i personaggi recitano nella loro vita, noi spettatori stiamo guardando attori che recitano personaggi che a loro volta recitano. Un gioco di specchi che arricchisce la narrazione invece di impoverirla.
E qui entra in gioco la bravura straordinaria di Jessica Chastain. Vedere l'attrice prepararsi, poi entrare nel personaggio di Mira sotto i nostri occhi, ci rende testimoni della sua maestria tecnica. Non stiamo solo guardando un personaggio che evolve e rivela segreti nel corso della serie: stiamo anche assistendo a una performance attoriale di altissimo livello, e la serie ci invita esplicitamente a riconoscerla come tale. È un atto di fiducia nei confronti del pubblico, un modo di dire: guardate quanto è complesso costruire una verità emotiva a partire dalla finzione più totale.
La serie diventa così un perfetto esempio di adattamento contemporaneo. Non si limita a ricopiare l'originale ambientandolo ai giorni nostri: ne cattura l'essenza, i temi profondi, e li riarticola per un pubblico diverso, con sensibilità diverse. L'opera di Bergman presentava dinamiche di genere molto stereotipate, tipiche degli anni Settanta: la moglie casalinga e devota, il marito professionista. La versione HBO ribalta questi ruoli, permettendo una riflessione culturale molto più ricca. Mira è una donna in carriera, Jonathan è più incerto professionalmente. Entrano in scena tecnologie moderne, dinamiche relazionali contemporanee, questioni che Bergman non poteva nemmeno immaginare.
I cinque episodi della serie HBO sono spesso difficili da guardare. La coppia si allontana progressivamente, lasciando non detti discorsi che avrebbero dovuto essere affrontati, costruendo silenzi carichi di risentimento, distruggendo lentamente quella che sembrava una relazione solida. È un processo doloroso, che rispecchia la devastante onestà emotiva dell'originale. Non c'è nulla di consolatorio in questa narrazione: solo la rappresentazione spietata di come l'amore possa trasformarsi in qualcosa di irriconoscibile.