FILM

Terry Gilliam aveva previsto la nostra società già 40 anni fa, in questo capolavoro sci-fi su Prime Video

Analisi del capolavoro di Gilliam del 1985 su Prime Video che ha previsto sorveglianza, burocrazia e ossessione estetica della società moderna con 40 anni di anticipo.

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"Il miglior film di fantascienza mai realizzato". Così lo definì Harlan Ellison, e difficilmente si potrebbe contestare questa affermazione. Brazil di Terry Gilliam, disponibile su Prime Video, non è solo un capolavoro visionario del 1985, ma un'opera che continua a risuonare con inquietante attualità nei nostri tempi. Se Franz Kafka fosse nato regista invece che scrittore, probabilmente avrebbe concepito proprio questo film: un incubo kafkiano dove fantascienza, commedia nera, tragedia e noir si fondono in un amalgama unico, mai visto prima sul grande schermo. La produzione del film iniziò profeticamente nel 1984, lo stesso anno del celebre romanzo di George Orwell da cui trae ispirazione, sebbene Gilliam abbia sempre sostenuto di non averlo letto prima di girare la pellicola. Una coincidenza che assume contorni quasi beffardi, considerando quanto entrambe le opere abbiano saputo fotografare le ansie di una società moderna sempre più soffocata dal controllo e dalla massificazione.

Al centro della narrazione troviamo Sam Lowry, un impiegato anonimo e insignificante, uno dei tanti ingranaggi che popolano le città sotterranee controllate da un regime totalitario e onnipotente. La sua esistenza grigia e ripetitiva trova rifugio solo nei sogni, dove si trasforma in un eroe alato che salva una donna angelica da un mostro terrificante. Il contrasto tra la monotonia burocratica diurna e l'epica onirica notturna diventa il cuore pulsante del film, un dualismo che Gilliam orchestra con maestria assoluta. Rispetto alla versione cinematografica dell'Orwell di Michael Radford, claustrofobica e opprimente, Brazil riesce nell'impresa di mantenere una leggerezza paradossale, quell'ironia tipicamente britannica ereditata dall'esperienza di Gilliam con i Monty Python. È proprio questa capacità di far sorridere nelle situazioni più angoscianti che rende il film irresistibile e profondamente sovversivo. Come se il regista ci invitasse a catturare sempre il lato paradossale delle cose, anche quando tutto sembra senza via d'uscita.

Ma Brazil è anche una satira spietata contro la burocrazia e la disumanizzazione dell'individuo, con intuizioni di una lucidità visionaria che appaiono quasi profetiche. La scena della madre di Sam, ossessionata dalla chirurgia estetica e pronta a rimodellare il proprio volto ogni settimana, anticipa di decenni l'attuale mania del ritocco che oggi affligge una percentuale impressionante della popolazione. Come poteva Gilliam, nel 1985, prevedere una società dove l'apparenza sarebbe diventata un'ossessione collettiva, un mercato miliardario, una gabbia psicologica? La storia si dipana attraverso errori burocratici, incontri casuali e la graduale presa di coscienza di Sam, che si ritrova invischiato in una rete di ribelli che combattono il sistema. La sua discesa negli inferi del regime totalitario assume toni danteschi, un viaggio attraverso gli strati più oscuri di una società malata, fino all'incontro con la donna dei suoi sogni, che esiste davvero e non solo nella sua immaginazione.

Gilliam costruisce un universo visivo stratificato, dove ogni inquadratura trabocca di dettagli simbolici e citazioni. Le soluzioni visive sono di una forza travolgente, con sequenze oniriche che si mescolano alla realtà in un continuum dove il confine tra sogno e incubo si dissolve. La complessità narrativa, a tratti caotica e ramshackle, non è un difetto ma una scelta stilistica precisa, che riflette il caos mentale del protagonista e l'assurdità del mondo in cui vive. Il film ricevette nomination agli Oscar per la sceneggiatura originale firmata da Gilliam, Tom Stoppard e Charles McKeown, per le scenografie di Norman Garwood, oltre che per musica, suono e canzone. Riconoscimenti meritati per un'opera che ha ridefinito i confini della fantascienza cinematografica, dimostrando che il genere può essere veicolo di riflessioni filosofiche, critiche sociali pungenti e sperimentazione visiva senza precedenti.

A distanza di quattro decenni, Brazil mantiene intatta la sua capacità di interrogarci. Quanto siamo lontani dalla società che descrive. La risposta, purtroppo, è che non lo siamo affatto. Il controllo burocratico, la sorveglianza capillare, l'alienazione individuale, la standardizzazione dei desideri attraverso i media: tutto ciò che Gilliam aveva immaginato come distopia futuribile è diventato in larga parte la nostra quotidianità. La genialità del film risiede anche nella sua capacità di non offrire soluzioni facili o finali consolatori. Gilliam non ci regala il lieto fine che il pubblico potrebbe aspettarsi, ma ci lascia con domande scomode, con l'amaro in bocca di chi ha guardato troppo a lungo nell'abisso e ha visto qualcosa di familiare. È questo coraggio narrativo, questa onestà intellettuale che eleva Brazil oltre il semplice intrattenimento, trasformandolo in un'esperienza cinematografica necessaria.

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