Travis Fimmel nella serie fantasy su Netflix che non ha niente da invidiare a Il Trono di Spade
Questa serie su Netflix non è una copia di GoT: scopri perché questa serie storica sui vichinghi merita di essere recuperata.
Quando Vikings debuttò sul canale History Channel, in molti la liquidarono frettolosamente come un tentativo di cavalcare l'onda di Il Trono di Spade. Una sorta di versione riveduta e corretta, più economica, destinata a chi non poteva permettersi la produzione stellare della HBO. Eppure, chi ha avuto la pazienza di superare i preconcetti ha scoperto una serie che non solo regge il confronto con il colosso di Westeros, ma in alcuni aspetti lo supera. Sì, avete letto bene. Vikings, disponibile su Netflix, racconta principalmente le gesta di una famiglia, quella di Ragnar Lothbrok, un contadino vichingo che sogna di esplorare terre sconosciute a ovest. A differenza della narrazione tentacolare di Game of Thrones, con le sue dozzine di casate e intrighi che si snodano attraverso continenti fantastici, la serie creata da Michael Hirst adotta un approccio più concentrato, quasi intimo.
Ma non aspettatevi draghi o magia nel senso fantastico del termine. Gli unici draghi che vedrete sono quelli scolpiti sulle prue delle navi da guerra. Vikings rimane ancorato a una realtà storica, seppur romanzata, dove il soprannaturale è percezione, fede, timore, non effetto speciale. L'aspetto visivo della serie merita un discorso a parte. Il cast appare appropriatamente rovinato dalle intemperie, con corpi forti ma non scolpiti dalla palestra. Questi sono muscoli costruiti arando campi e combattendo, non facendo addominali davanti allo specchio. C'è un realismo sporco e credibile che si distacca dalla patina eccessivamente curata di molte produzioni fantasy moderne. Sul fronte delle performance attoriali, Vikings sfoggia un ensemble di prim'ordine. Travis Fimmel, ex modello di Calvin Klein e improbabile Tarzan televisivo, cancella il suo passato con un'interpretazione carismatica e stratificata di Ragnar Lothbrok.
Il suo Ragnar è un uomo di poche parole, tutte importanti, con uno sguardo che comunica più di interi dialoghi. Katheryn Winnick impressiona nei panni di Lagertha, moglie di Ragnar e shieldmaiden, guerriera a pieno titolo che smonta ogni stereotipo sulla donna medievale passiva. Clive Standen regala forse l'arco narrativo più interessante dell'intera serie interpretando Rollo, fratello di Ragnar costretto a vivere nell'ombra del carisma fraterno. Il suo percorso, tortuoso e ricco di eventi, rappresenta uno dei punti più alti della scrittura della serie. E poi c'è Gustaf Skarsgård, ennesimo figlio d'arte della dinastia Skarsgård, che porta sullo schermo Floki, il costruttore di navi mistico e imprevedibile, letale quanto divertente. George Blagden completa il quadro interpretando il monaco inglese Athelstan, che funge da occhi e orecchie dello spettatore quando viene catturato e finisce immerso nella cultura vichinga.
Entrambe le serie condividono temi universali: ambizione, potere, famiglia, tradimento, onore. Ma Vikings li declina attraverso una lente storica che, per quanto romanzata, ci parla di chi eravamo, di come la nostra Europa si è formata attraverso scontri di culture e religioni. C'è qualcosa di profondamente affascinante nel vedere rappresentati sullo schermo quegli stessi vichinghi che terrorizzarono le coste del Mediterraneo, che fondarono regni in terre straniere, che lasciarono un'impronta indelebile nella nostra genetica culturale.