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Un cult anni '60 ha influenzato il personaggio di Tom Hardy in questo film di Gareth Evans su Netflix

Il film di Gareth Evans con Tom Hardy su Netflix si ispira a Point Blank del 1967. Scopri come il film classico ha influenzato il thriller d'azione moderno.

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Quando Gareth Evans firma un film d'azione, le aspettative salgono alle stelle. Il regista gallese, celebrato per la brutalità coreografica di The Raid, ha costruito negli anni una reputazione solida come pochi altri nel genere. Havoc, il suo nono lavoro dietro la macchina da presa, non fa eccezione. Con Tom Hardy nel ruolo principale e una produzione Netflix travagliata da riprese aggiuntive e rinvii, il film è finalmente approdato sulla piattaforma portando con sé tutta la violenza viscerale e le sequenze d'azione frenetiche che ci si aspetterebbe dal suo autore. Eppure, sotto la superficie adrenalinica, Havoc nasconde radici profonde che affondano nel cinema classico americano. Non si tratta solo di pugni, spari e inseguimenti verticali attraverso gli strati sociali del crimine organizzato. Evans ha costruito il suo thriller attingendo a piene mani da un cult movie del 1967 che molti hanno dimenticato, ma che resta una pietra miliare per chiunque ami il noir metropolitano: Point Blank di John Boorman.

Le note di produzione ufficiali di Netflix confermano che Evans ha studiato meticolosamente il film di Boorman durante la preparazione di Havoc. Ma non si è fermato lì. Il regista ha dichiarato di aver guardato decine di pellicole d'azione americane degli anni Sessanta e Settanta, pescando ispirazione anche da French Connection, oltre ai lavori di John Woo come The Killer e Hard Boiled, e persino dai film yakuza giapponesi che hanno segnato la sua formazione cinefila. Point Blank racconta la storia di Walker, un criminale tradito e lasciato per morto che risale metodicamente la catena del crimine organizzato per ottenere vendetta e recuperare ciò che gli spetta. Interpretato da Lee Marvin con un'intensità magnetica e glaciale, il protagonista attraversa Los Angeles come un fantasma inarrestabile, spostandosi tra i livelli dell'organizzazione criminale con una determinazione quasi mistica.

Il film di Boorman è celebre per il suo uso innovativo degli angoli di ripresa, alternando prospettive dall'alto e dal basso per isolare il protagonista nel caos urbano, sottolineando la sua solitudine esistenziale. Gareth Evans ha replicato questa verticalità in Havoc, costruendo il percorso del suo Walker attraverso gli strati della società criminale con una precisa consapevolezza visiva. Le inquadrature dall'alto e dal basso non sono solo scelte estetiche, ma strumenti narrativi per distinguere il protagonista dall'ambiente ostile che lo circonda. Come Lee Marvin, anche Tom Hardy interpreta un uomo di poche parole, mosso più dall'istinto di sopravvivenza che da dialoghi elaborati. Entrambi i Walker condividono un minimalismo nella scrittura che lascia spazio alla fisicità e alla presenza scenica degli attori.

Il nome stesso del protagonista non è un caso. In Point Blank, il personaggio di Lee Marvin si chiama Walker. In Havoc, Tom Hardy interpreta un detective chiamato esattamente allo stesso modo. Non è una coincidenza, ma un omaggio consapevole, un filo rosso che lega due epoche diverse del cinema d'azione e due attori capaci di incarnare la figura del lupo solitario con una densità emotiva rara. Eppure Havoc non è una semplice replica. Evans inietta nel suo film elementi distintivi: un ritmo ancora più serrato, sequenze d'azione ipercinetica radicate in un realismo sporco e viscerale, violenza coreografica che fa male solo a guardarla. Il rischio di apparire troppo derivativo esiste, soprattutto quando si attinge da classici tanto iconici. Ma il regista riesce a sfuggire alla trappola proprio grazie alla sua firma personale, quella capacità di trasformare il combattimento in danza brutale e la tensione in pura scarica fisica.

In Havoc, Walker è un detective che finisce risucchiato nelle viscere del sottobosco criminale quando un affare di droga va storto, intrappolando il figlio di un politico influente. La sua missione è raggiungerlo e salvarlo, ma lungo il percorso scopre una cospirazione più ampia e insidiosa. La struttura narrativa riprende schemi collaudati, ma è proprio nell'esecuzione che Evans dimostra il suo talento: ogni pugno conta, ogni sparo ha peso, ogni scelta del protagonista porta conseguenze visibili e dolorose. Il risultato è un film che non reinventa nulla, ma che dimostra quanto sia ancora possibile spremere vitalità da formule consolidate quando si ha la giusta sensibilità autoriale. Havoc potrebbe non essere il capolavoro definitivo di Gareth Evans, ma è sicuramente un tassello importante nel suo percorso, un ponte gettato tra il cinema che amiamo ricordare e quello che vogliamo continuare a vedere.

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