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Una portinaia che legge Tolstoj e una bimba che non vuole vivere: il film su Prime Video che ti cambierà

Analisi del film con Josiane Balasko. La storia di una portinaia colta e una bambina di 11 anni che non vuole più vivere.

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Ci sono film che ti scivolano addosso come acqua e altri che si depositano dentro, strato dopo strato, fino a cambiarti qualcosa. Il riccio (su Prime Video) appartiene alla seconda categoria, quella delle opere che non urlano ma sussurrano verità scomode, quella del cinema che non cerca l'applauso facile ma il dialogo autentico con lo spettatore. Diretto nel 2009 da Mona Achache e tratto dal romanzo "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery, questo film franco-italiano ha conquistato chi cerca nel cinema qualcosa di più di semplice intrattenimento. La storia si svolge in un elegante palazzo parigino, uno di quegli edifici dei quali ogni pietra trasuda storia e privilegi borghesi. Qui vive Renée Michel, interpretata da una Josiane Balasko in stato di grazia, lontana anni luce dai ruoli comici che l'hanno resa celebre. Renée è la portinaia: vedova, apparentemente ordinaria, perfettamente inserita nel suo ruolo sociale di donna invisibile che ritira pacchi e risponde con monosillabi.

Ma dietro quella facciata grigia si nasconde una mente raffinata, una divoratrice di classici della letteratura e filosofia, una donna che ha scelto di mimetizzarsi per proteggersi dal giudizio di un mondo che considera le portinaie incapaci di comprendere Tolstoj. Nello stesso palazzo abita Paloma Josse, undicenne interpretata dalla giovane Garance Le Guillermic con una maturità interpretativa sorprendente. Paloma non è una bambina qualunque: è lucida, disillusa, terribilmente intelligente. Talmente intelligente da aver preso una decisione che gela il sangue: suicidarsi il giorno del suo dodicesimo compleanno. Il suo piano non nasce da un impulso adolescenziale ma da un'analisi spietata del mondo adulto che la circonda, fatto di apparenze vuote, conversazioni inutili, vite che scorrono senza senso. Paloma osserva i suoi genitori benestanti, la sorella ossessionata dall'apparire, e decide che preferisce non diventare come loro.

Il catalizzatore del cambiamento è Kakuro Ozu, raffinato signore giapponese interpretato da Togo Igawa, che si trasferisce nell'edificio portando con sé una sensibilità diversa, uno sguardo capace di vedere oltre le maschere sociali. È lui a cogliere, attraverso una citazione di Anna Karenina, la vera natura di Renée. È lui a creare un ponte tra due solitudini, quella della portinaia e quella della bambina, due anime che si credevano condannate all'isolamento. Il film di Mona Achache ha il pregio di non scivolare mai nel sentimentalismo facile. La regia è delicata ma precisa, la fotografia di Patrick Blossier cattura la Parigi borghese con uno sguardo che è al tempo stesso affascinato e critico. Le musiche di Gabriel Yared accompagnano senza invadere, creando un tappeto sonoro che sostiene l'emotività senza sottolinearla con eccessiva enfasi. La sceneggiatura, scritta dalla stessa Achache, rispetta lo spirito del romanzo di Barbery pur operando le necessarie sintesi cinematografiche.

Quello che rende Il riccio un'opera memorabile è la sua capacità di parlare di temi universali attraverso personaggi specifici e credibili. Renée rappresenta tutte le persone che la società considera invisibili, tutti coloro che hanno dovuto nascondere la propria complessità per conformarsi a un ruolo prestabilito. Paloma incarna la disillusione di chi vede troppo presto le ipocrisie del mondo adulto, il dolore di un'intelligenza che diventa fardello anziché dono. Kakuro porta la lezione di uno sguardo diverso, orientale, capace di valorizzare l'essenziale oltre il superfluo. Il cast è impeccabile. Josiane Balasko regala una delle sue interpretazioni più intense e trattenute, costruendo un personaggio fatto di silenzi eloquenti e piccoli gesti rivelatori. Garance Le Guillermic, al suo esordio cinematografico, mostra una naturalezza disarmante, mai artificiosa o costruita.

Togo Igawa completa il triangolo con la sua presenza gentile ma ferma, incarnando una saggezza che non si impone ma si offre. In un panorama cinematografico spesso dominato da effetti speciali e narrazioni ad alta velocità, Il riccio ricorda che il cinema può ancora essere uno spazio di riflessione, un luogo dove personaggi complessi affrontano questioni esistenziali senza bisogno di esplosioni o colpi di scena clamorosi. È un invito a guardare oltre le apparenze, a riconoscere la ricchezza nascosta nelle persone che la società ha catalogato come ordinarie, a non smettere di cercare bellezza e senso anche quando il mondo sembra averli smarriti.

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