Una star di Shogun nel western che mixa samurai e pistoleri: l'esperimento di John Maclean su Prime Video
Tornado, western di John Maclean con samurai giapponese su Prime Video. Cast con Kôki e Tim Roth, trama vendetta e analisi critica del film indie ibrido.
Su Prime Video, c'è un western che si distingue dal solito polveroso duello al tramonto. Tornado, diretto da John Maclean, prova a fare qualcosa di ambizioso: mescolare l'estetica del cinema samurai giapponese con la struttura narrativa classica del western americano. Il risultato è un film che divide: ha momenti brillanti, una protagonista magnetica e Tim Roth nei panni del cattivo, ma lascia anche la sensazione che si potesse osare di più. Maclean non è nuovo al genere. Nel 2015 aveva già dimostrato di sapere maneggiare il west con Slow West, un film visivamente audace e cromaticamente sorprendente. Tornado torna su quel terreno, ma questa volta con un'ambizione maggiore: raccontare una storia di vendetta attraverso gli occhi di una giovane donna giapponese, interpretata dall'esordiente Kôki, affiancata da Takehiro Hira, volto noto della serie Shogun.
La storia è volutamente essenziale. Fujin e Tornado sono burattinai itineranti che vivono ai margini di una cittadina del vecchio west. Lui si accontenta della vita tranquilla, lei sogna qualcosa di più grande. Quando Tornado e un giovane complice si imbattono in una borsa piena d'oro rubata dalla banda di Sugarman, non resistono alla tentazione. Ma quel gesto apparentemente innocuo innesca una catena di violenza e morte che travolge tutto. Quando Sugarman, interpretato da un Tim Roth glaciale e minaccioso come raramente si è visto, oltrepassa il limite, Tornado intraprende una vendetta sanguinosa e inarrestabile. Roth porta sullo schermo un antagonista insolitamente silenzioso, una quiete che rende ogni sua apparizione ancora più inquietante.
Non serve urlare o gesticolare quando ogni sguardo comunica minaccia. Ma è Kôki a rubare la scena. La sua trasformazione da ragazza docile a guerriera implacabile è credibile proprio perché fisica, non solo emotiva. Si muove con una precisione che ricorda le coreografie dei film di samurai classici, e anche quando il ritmo del film rallenta, lei resta una presenza magnetica. La sceneggiatura, scritta da Maclean insieme a Kate Leys, ha il merito di concentrarsi sull'essenziale. È una storia di vendetta pura, un inseguimento che porta inevitabilmente a una resa dei conti. Il passato condiviso tra Tornado e Fujin esiste, si percepisce, ma non viene raccontato didascalicamente. Anche il rapporto tra Sugarman e Little Sugar resta volutamente in secondo piano, funzionale al climax finale.
La costruzione della tensione prima dello scontro finale è ben orchestrata, e quando Tornado affronta uno per uno i membri della banda, c'è una soddisfazione narrativa che ripaga la visione. Il ritmo generale è altalenante: per un film di 91 minuti, ci sono tratti in cui sembra trascinarsi, e questo è un problema non da poco. Tornado è un film che si ricorda più per le potenzialità inespresse che per i risultati raggiunti. È difficile non chiedersi cosa sarebbe potuto diventare con una regia più audace, con un direttore della fotografia disposto a osare di più, con un montaggio che accelerasse dove invece il film si ferma. Kôki meritava un palcoscenico visivo all'altezza della sua performance. Tim Roth meritava scene che amplificassero la sua presenza minacciosa piuttosto che diluirla in tempi morti.
Forse tra qualche anno qualcuno lo riscoprirà come un piccolo gioiello sottovalutato. Per ora, resta un buon film che con qualche scelta più coraggiosa dietro la macchina da presa avrebbe potuto essere memorabile. In un'era in cui il cinema indie cerca disperatamente di distinguersi, Tornado ha tutti gli ingredienti giusti ma li mescola con troppa cautela.