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Venezia 83, NAZA travolge il Festival con 25 minuti di applausi: è una standing ovation da record

NAZA conquista Venezia 83 con quasi 25 minuti di applausi: il documentario israeliano sulla guerra a Gaza stabilisce un nuovo record alla Mostra.

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Venezia 83 ha vissuto una delle serate più forti e politicamente cariche di questa edizione. NAZA, il nuovo documentario diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor sulla guerra a Gaza, è stato accolto al termine della première con quasi 25 minuti di applausi. Una standing ovation lunghissima, che secondo quanto riportato da AFP rappresenterebbe addirittura un nuovo record alla Mostra, superando i 23 minuti riservati lo scorso anno a The Voice of Hind Rajab.

Un'accoglienza che assume ancora più peso considerando il contenuto del film. NAZA è infatti l'unico documentario in concorso per il Leone d'Oro a Venezia 83 ed è stato realizzato da due dei quattro registi di No Other Land, il documentario che nel 2025 aveva conquistato l'Oscar. Questa volta Yuval Abraham e Rachel Szor hanno rivolto lo sguardo direttamente all'interno del sistema militare israeliano, raccogliendo le testimonianze di 24 tra soldati e membri dell'intelligence che hanno accettato di raccontare, mantenendo l'anonimato, ciò che hanno visto o fatto durante la guerra a Gaza.

Il risultato è un film di 80 minuti girato nell'arco di quasi tre anni e costruito principalmente attraverso conversazioni realizzate di notte sui tetti di Tel Aviv. Volti e voci degli intervistati sono stati alterati digitalmente per proteggerne l'identità, mentre sullo sfondo rimane una città apparentemente tranquilla, distante appena poche decine di chilometri da Gaza. È proprio il titolo a spiegare uno degli aspetti più inquietanti dell'indagine. “NAZA” è un termine utilizzato nell'ambito dell'intelligence israeliana per indicare il numero previsto di civili che potrebbero essere uccisi durante un attacco.

Il documentario prova quindi a mostrare non soltanto singoli episodi avvenuti durante il conflitto, ma il funzionamento dei sistemi attraverso i quali vengono individuati gli obiettivi e calcolate le possibili vittime civili. Al centro del racconto c'è anche Lavender, sistema basato sull'intelligenza artificiale e sull'analisi di enormi quantità di dati di sorveglianza utilizzato per individuare potenziali obiettivi. Secondo le testimonianze raccolte nel film, i telefoni e le comunicazioni della popolazione di Gaza sarebbero stati monitorati per cercare comportamenti e collegamenti ritenuti compatibili con quelli di membri di Hamas.

Gli intervistati descrivono però anche margini di errore e criteri che avrebbero consentito attacchi pur sapendo in anticipo che avrebbero potuto provocare numerose vittime civili. Sono accuse estremamente pesanti, che il film presenta attraverso le parole di persone che affermano di aver lavorato direttamente all'interno di questi sistemi. Alcuni degli intervistati mostrano rimorso, altri raccontano quanto accaduto con maggiore distacco e altri ancora descrivono la guerra come qualcosa che, operando a distanza, poteva finire per assomigliare quasi a un videogioco.

Abraham e Szor hanno spiegato di non voler concentrare l'attenzione su eventuali comportamenti isolati di singoli soldati, ma sul sistema nel suo complesso: gli ordini, le politiche, il linguaggio e le procedure che rendono possibili determinate operazioni. Una parte delle informazioni alla base di NAZA era già emersa nelle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, Local Call e The Guardian, ma il documentario permette per la prima volta di mettere insieme quelle testimonianze e osservarne anche esitazioni, silenzi e reazioni. Durante la presentazione a Venezia, i due registi hanno assunto una posizione durissima nei confronti del proprio Paese.

Abraham ha sostenuto che quanto sta avvenendo a Gaza debba essere definito un genocidio e ha chiesto alla società israeliana di reagire. Una posizione che si inserisce nel percorso già intrapreso con No Other Land, dedicato alla situazione dei palestinesi in Cisgiordania. Il film non ignora il 7 ottobre 2023 e l'attacco di Hamas contro Israele da cui è iniziata l'attuale fase della guerra, ma prova a interrogarsi su ciò che è accaduto successivamente e soprattutto sui meccanismi attraverso i quali la morte dei civili può trasformarsi in un parametro inserito all'interno di un processo decisionale. Le accuse contenute nel documentario si scontrano naturalmente con la posizione ufficiale israeliana.

L'esercito israeliano ha ripetutamente sostenuto di adottare misure per ridurre le vittime civili e accusa Hamas di operare all'interno delle aree densamente popolate della Striscia. Per quanto riguarda l'utilizzo dell'intelligenza artificiale nell'individuazione degli obiettivi, Israele sostiene inoltre che la decisione finale rimanga sottoposta alla supervisione umana. NAZA porta con sé anche nomi importanti dietro la macchina da presa. Il documentario è prodotto da The Guardian insieme a James Wilson di JW Films, mentre tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, regista de La zona d'interesse.

Wilson e Glazer avevano già lavorato insieme proprio al film vincitore dell'Oscar dedicato alla famiglia del comandante di Auschwitz Rudolf Höss. L'impatto sul pubblico veneziano è stato comunque evidente. Al termine della proiezione in Sala Grande, gli spettatori si sono alzati in piedi e hanno continuato ad applaudire Abraham e Szor per quasi 25 minuti. Durante l'ovazione sono apparse anche bandiere palestinesi e Jonathan Glazer ha abbracciato i due registi. Il dato è particolarmente significativo perché supera persino una delle standing ovation più celebri della storia recente della Mostra.

Nel 2025 The Voice of Hind Rajab, dedicato alla bambina palestinese uccisa a Gaza, era stato accolto da circa 23 minuti di applausi. NAZA sarebbe quindi andato ancora oltre, stabilendo quello che AFP indica come un possibile nuovo record per Venezia. Naturalmente la durata di una standing ovation non è uno strumento con cui misurare il valore di un film, ma nel caso di NAZA racconta almeno la forza dell'impatto avuto sul pubblico della Sala Grande. E questa volta a impressionare non sono state immagini costruite per scioccare: il documentario sceglie soprattutto le parole di chi sostiene di aver visto dall'interno come funziona il sistema. È forse proprio questa freddezza a rendere ancora più difficile ignorare ciò che viene raccontato.

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