Willem Dafoe e Nicolas Cage su Prime Video in questo pulp movie del 2016 che sfida Tarantino
Paul Schrader con Nicolas Cage e Willem Dafoe: il noir brutale che chiuse Cannes 2016. Analisi del pulp movie senza redenzione tratto da Edward Bunker.
C'è un momento, nella carriera di certi registi, in cui smettono di inseguire il consenso e decidono di fare esattamente il film che vogliono, con la violenza che serve, la cattiveria necessaria e zero compromessi. Paul Schrader, sceneggiatore leggendario di Taxi Driver e regista dalla sensibilità profonda, ha scelto di chiudere il Festival di Cannes 2016 con Cane mangia cane (disponibile su Prime Video), un pulp movie sanguinario, scorretto e vitale che non assomiglia a niente di quello che ci si aspetterebbe dal maestro del cinema americano contemporaneo. Tratto dall'omonimo romanzo di Edward Bunker, autore che della galera e della criminalità conosceva ogni angolo oscuro per esperienza diretta, il film racconta la discesa all'inferno di tre ex detenuti appena usciti di prigione. La legge della California impone loro di reinserirsi nella società, di trovare un lavoro, di diventare brave persone. Ma quando sei stato dentro, quando il sistema ti ha masticato e sputato fuori, la normalità è un concetto astratto quanto la redenzione.
E poi c'è Mad Dog. Willem Dafoe lo interpreta con una ferocia spaventosa, creando un personaggio che è pura mina vagante. Assassino a briglia sciolta con una vocazione sanguinaria, Mad Dog è posseduto dai propri demoni interiori. È il caos incarnato, l'imprevedibilità che rende ogni situazione potenzialmente esplosiva. Dafoe, attore capace di oscillare tra santità e follia omicida con terrificante naturalezza, qui si abbandona completamente al lato oscuro, regalando un'interpretazione che da sola vale il prezzo del biglietto. Quello che distingue Cane mangia cane dai mille pulp movie post-Tarantino è l'approccio di Schrader. Il regista non si limita a citare il cinema di genere con ammiccamenti e omaggi. Lo smonta, lo riscrive, ci infila dentro la sua visione nichilista del mondo. Schrader ha sempre esplorato personaggi intrappolati in gabbie esistenziali, uomini che cercano la trascendenza o la dannazione. Qui non c'è trascendenza possibile. C'è solo la spirale discendente, la violenza che genera violenza, l'impossibilità della redenzione.
Il risultato è un film esteticamente impeccabile ma narrativamente anarchico. La fotografia di Dynan alterna colori saturi e violenti a sequenze in bianco e nero che rimandano a un possibile aldilà lynchano, un diner fuori dal tempo dove anche dopo la morte si continua a morire. L'inferno sulla Terra si estende oltre la vita, in una dimensione dove buoni e cattivi sono intrappolati per l'eternità nella stessa violenza che li ha definiti. La sceneggiatura di Matthew Wilder, rielaborata da Schrader, ha affrontato una sfida complessa: come rendere contemporanea una storia nata dalla sensibilità degli anni Settanta di Bunker ma ambientata negli anni Novanta. La soluzione è stata non scegliere, creare invece un tempo sospeso, un presente eterno del crimine che potrebbe essere qualsiasi epoca.